Vaccinazione per l’aviaria in Nord Italia: c’è puzza di sperimentazione

Aviaria: biotecnologie entrano nella catena alimentare senza le opportune cautele, senza consultare i cittadini e mettendo sempre il profitto economico (o gli obblighi di asservimento alle decisioni altrui) sopra il principio di precauzione sanitaria per la tutela della salute pubblica.

Premessa
La normativa europea, fin dai tempi del Covid – con il comodo “alibi” emergenziale – ha creato una “corsia preferenziale” per una serie di biotecnologie che prevedono il trasferimento di materiale genetico, lo ha fatto chiamandole “vaccini”, il che ha consentito e consente di immetterle sul mercato con requisiti di sicurezza meno stringenti rispetto a quelli richiesti per una terapia genica classificata come tale. Ne abbiamo visto gli esiti proprio in occasione dell’epidemia Covid, quando la terapia genica è stata imposta anche mediante ricatto, in assenza delle approfondite e accurate sperimentazioni che avrebbe richiesto se non fosse stata inquadrata come “vaccinazione”. Le conseguenze sono ancora in corso, con una serie di reazioni avverse anche drammatiche che il sistema cerca di nascondere sotto al tappeto, insieme agli studi scientifici che stanno dimostrando come il materiale genetico si trasmetta a tutti gli organi e perfino ai “non vaccinati” mediante il fenomeno dello shedding.

Il Fatto
Una serie di focolai di aviaria negli allevamenti del Nord Italia ha avuto un impatto economico notevole in termini di abbattimenti e distruzione delle uova. Figure come Matteo Bassetti (noto per la sovraesposizione mediatica e per il dogmatismo ideologico sui vaccini mostrato durante il Covid) hanno quindi iniziato a chiedere pubblicamente test rapidi e vaccini pronti, avvertendo che “l’aviaria non è più solo aviaria” e che la trasmissione umana è una minaccia reale. “Provvidenzialmente” è giunta notizia di un caso di aviaria trasmessa all’uomo in Lombardia, ma la Commissione Europea ha subito “rassicurato” tutti, dichiarando di essere pronta a fornire vaccini.
A fine febbraio 2026, è stata depositata un’interrogazione regionale (firmata dai consiglieri Szumski e Lovat) che chiede alla Giunta di chiarire quale tecnologia verrà usata. Il timore espresso riguarda l’uso di vaccini “genici” (vettori virali o mRNA) negli animali destinati al consumo umano.
Diversi eurodeputati (tra cui rappresentanti dei Verdi e di S&D) hanno presentato un’interrogazione (marzo 2026) per denunciare le modalità degli abbattimenti di massa avvenuti tra il 2020 e il 2025, chiedendo se i fondi europei siano stati usati rispettando il benessere animale.

Il Ministero della salute ha predisposto un piano di vaccinazione preventivo contro l’Influenza Aviaria ad Alta Patogenicità (HPAI) sottotipo H5. La strategia è motivata dalla persistenza della malattia in Italia e dai gravi danni economici derivanti dai focolai. Il piano si focalizza su specifiche categorie e zone: tacchini da carne e galline ovaiole di tutti gli allevamenti con più di 250 capi nelle provincie di Verona, Brescia, Mantova, Ferrara, Ravenna e Bologna.
La strategia ministeriale prevede la somministrazione di una prima dose di Vaccino ricombinante (vettore HVT) somministrato in incubatoio al 1° giorno di vita e una seconda dose di Vaccino inattivato a subunità fra le 4 e le 12 settimane di età. In questo modo è possibile con test di laboratorio stabilire se gli anticorpi sviluppati dagli animali sono dovuti alla vaccinazione oppure se hanno preso il virus a dispetto della stessa. Il tutto a spese degli allevatori.

La puzza
Il piano non convince tutti e non sono mancate, come si è accennato, delle azioni di contrasto, diffide, interrogazioni e richieste di chiarimenti.
Il problema sollevato da chi rileva criticità possibili riguarda la prima dose, per cui è prevista la somministrazione di prodotti che usano materiale genetico sintetico per trasformare le cellule dell’animale in una sorta di fabbrica ininterrotta della proteina virale. I vaccini vettorizzati (Vaxxitek, Innovax, Vectormune) funzionano effettivamente inserendo un gene sintetico (H5) nel DNA di un virus ospite (HVT). Una volta inoculato, il virus entra nelle cellule dell’animale e usa i macchinari cellulari per produrre la proteina H5.
In letteratura scientifica, i vettori HVT sono noti per essere molto persistenti nei polli, e non è ancora del tutto nota né la loro distribuzione sistematica nei singoli organi né la durata esatta della produzione della proteina. Parametri importanti che richiederebbero studi di farmacocinetica più approfonditi di quelli solitamente richiesti per un vaccino tradizionale. Si tratta di biotecnologia, perché non viene iniettato l’antigene ma il codice per fabbricarlo. Esistono inoltre studi teorici che meriterebbero approfondimenti urgenti sulla possibile correlazione tra proteine virali sintetiche e rischi di neurodegenerazione, basati sul ripiegamento delle proteine (misfolding) che possono portare a connettere i vettori HVT o la proteina H5 dell’aviaria all’innesco di malattie prioniche negli uccelli se non addirittura nell’uomo, attraverso la catena alimentare. Poiché il vettore HVT è un virus a DNA che entra nel nucleo della cellula animale, ci sono potenziali rischi di integrazione genomica o genotossicità che andrebbero scientificamente esclusi con opportuni studi e sperimentazioni. E poi c’è la questione della durata. Mentre un vaccino tradizionale (inattivato) viene smaltito dall’organismo in pochi giorni, un vaccino vettoriale basato su Herpesvirus (HVT) può persistere per tutta la vita dell’animale.
Di fatto, tutta l’operazione sembra proprio essere una grande sperimentazione effettuata a spese e danno dei cittadini. Perché non sono stati pubblicati tutti gli studi scientifici sulla sicurezza di questi “vaccini”?
Ipotesi coerente col fatto che il Ministero impone il blocco delle movimentazioni degli animali vaccinati e l’obbligo di riportare la data della vaccinazione sui documenti di accompagnamento (DDA), il che rafforza l’idea che l’autorità sanitaria consideri questi animali “diversi” da quelli normali.
Si pongono anche questioni sui diritti dei consumatori (se ancora ne hanno), ad esempio: il diritto di sapere se un pollo, un tacchino o un uovo sono stati sottoposti a questa somministrazione oppure no, potendo così esercitare un altro diritto che dovrebbe essere quello alla scelta consapevole e informata.

Il futuro
Il futuro che OMS e USA spingono è di sviluppare vaccini contro l’aviaria basati sulla tecnologia a mRNA, affidando la ricerca a laboratori in Sud Africa (Afrigen). Ed ecco che il cerchio del replay Covid si chiude: emergenza, vaccinazione “genica”, profitto.

Chi controlla la ricerca e i controllori
Il settore privato (le cosiddette “Big Pharma”) copre fra il 60 e il 70% della spesa globale in ricerca e sviluppo (R&S) biomedica. Tuttavia le fasi più costose della sperimentazione (i Trial Clinici di Fase III, che coinvolgono migliaia di pazienti) sono quasi esclusivamente finanziate dalle aziende.

Governi (attraverso enti come il NIH negli USA o i Ministeri della Salute in Europa), università e fondazioni (come la Bill & Melinda Gates Foundation) finanziano principalmente la ricerca di base, quella che studia i meccanismi fondamentali delle malattie senza un immediato ritorno commerciale. Tuttavia le fondazioni stesse ricevono capitali dai privati (connessi con big pharma) e le università spesso sopravvivono proprio grazie alla collaborazione con le grandi aziende farmaceutiche, che ne “affittano” strutture e competenze.

Gli studi finanziati dall’industria hanno una probabilità statisticamente maggiore di produrre risultati favorevoli allo sponsor rispetto a quelli finanziati da fonti indipendenti.
Esiste il rischio che gli studi con risultati negativi non vengano pubblicati (il cosiddetto “publication bias”), anche se oggi le normative obbligano a registrare ogni trial prima dell’inizio su database pubblici.

L’AIFA, che è il controllore italiano, si finanzia quasi esclusivamente con la tassa del 5% delle spese promozionali pagata dalle industrie farmaceutiche.
L’EMA, che è l’agenzia regolatoria europea, è finanziata per l’86% dalle tariffe pagate da big Pharma per autorizzare e commercializzare i farmaci.
La FDA USA è finanziata per il 50% da big Pharma (per il 75% per quanto riguarda il controllo farmaci a uso umano).
L’OMS, e passiamo alla scala mondiale, è per l’80% finanziato dalle donazioni legate a progetti specifici dove ritroviamo fondazioni legate alle industrie farmaceutiche.

E dunque è proprio tanto “complottista” avere qualche dubbio sull’imparzialità di ricerca, controllo e approvazione?
Se un arbitro di calcio venisse pagato per l’86% da una delle due squadre in campo, sarebbe così strano porsi domande sulla sua effettiva imparzialità?

 

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