L’idea che la Bibbia – o meglio la Torah – nasconda un codice segreto, un messaggio nascosto, esoterico nel senso proprio della parola, è contenuta nel testo stesso:
“Ora tu, Daniele, chiudi queste parole
e sigilla questo libro,
fino al tempo della fine”
(Daniele 12,4)
Uno dei primi e più illustri cercatori di messaggi criptati nella Bibbia fu Isaac Newton, che considerava le Scritture un “crittogramma creato dall’Altissimo”, un enigma di eventi passati e futuri divinamente preordinati. Newton arrivò a imparare l’ebraico pur di decifrare quel “libro sigillato” di cui parla il profeta Daniele. Che si sappia, lo scienziato non trovò il codice che cercava, ma scoprì che interpretando le profezie numeriche esplicite del Libro di Daniele e dell’Apocalisse, era possibile calcolare una precisa data di inizio della nuova era nel 2060.
Secondo la tradizione mistica ebraica (specialmente nella Qabbalah), la Torah data a Mosè sul Sinai era originariamente un’unica sequenza ininterrotta di lettere. Nahmanide (il Ramban), un grande saggio del XIII secolo, scrisse nella prefazione al suo commento alla Torah che l’intero testo è composto dai Nomi di Dio e che, se letto senza interruzioni, formerebbe un unico, immenso Nome divino. In questa visione, la divisione in parole che leggiamo oggi è solo uno dei modi possibili di leggere il testo, quello destinato alla comprensione umana della Legge, ma ne esisterebbero infiniti altri basati su diverse combinazioni di lettere. Dal punto di vita storico effettivamente molte iscrizioni semitiche antiche e testi arcaici (non solo ebraici, ma anche greci e latini) venivano scritti in scriptio continua, ovvero senza spazi tra le parole e senza punteggiatura. I rotoli più antichi in nostro possesso (risalenti a circa 2.000 anni fa) mostrano già l’uso di spazi per separare le parole, ma la punteggiatura e i segni vocalici (il sistema masoretico) furono aggiunti solo secoli dopo, tra il VI e il X secolo d.C. Dunque, per cercare messaggi criptati in antichità, bisogna usare una versione il più antica possibile , il che, considerando che i copisti ebrei che hanno tramandato il testo seguivano regole ferree di perfezione, significa sostanzialmente togliere tutti gli spazi e le separazioni.
Nel XVIII secolo, il Gaon di Vilna sosteneva che tutto ciò che è stato e sarà è contenuto nella Torah, fino ai minimi dettagli di ogni individuo.
Secoli dopo, negli anni ’40, il rabbino Weissmandel di Praga individuò le prime sequenze di lettere equidistanti, nello specifico, saltando di 50 lettere in 50 lettere nei libri dell’Esodo, dei Numeri e del Deuteronomio, emergeva sistematicamente la parola “Torah”.
Il vero salto di qualità avvenne nel 1992, quando il matematico Eliyahu Rips, grazie alla potenza di calcolo dei computer, eliminò gli spazi tra le 304.805 lettere della Torah, trasformandola in un nastro continuo.
Insieme al fisico Doron Witztum, Rips individuò sequenze equidistanti che restituivano i nomi di 32 saggi famosi (dai tempi biblici fino ai giorni nostri) associati alle loro date di nascita e morte. Come raffronto, i due israeliani hanno effettuato la stessa ricerca nella versione in ebraico di “Guerra e Pace” e in altri due testi ebraici. Nella Bibbia i nomi dei saggi e le rispettive date erano cifrati insieme; negli altri tre testi no. La probabilità di trovare 32 nomi con 32 date di nascita e di morte cifrati insieme per puro caso era di 1 su 10 milioni.
Rips e Witztum, ai quali si aggiunse anche un altro studioso, Yoav Rosenberg, inviarono i dati dell’esperimento alla rivista di matematica Statistical Science e l’esperimento superò l’analisi delle tre commissioni scientifiche previste dalla rivista. Il modello matematico era coerente e superava di gran lunga la più rigorosa norma statistica che prevede di escludere il “caso” (che è di 1 probabilità su 1.000) e il lavoro fu pubblicato.
Harold Gans, esperto decifratore della National Security Agency americana (NSA), un uomo che ha trascorso la vita a inventare e decriptare codici per i servizi segreti USA, avuta notizia delle ricerche dei due israeliani, elaborò un proprio modello matematico per dimostrare che la teoria del codice nella Bibbia fosse un bluff. Con sua grande sorpresa, Gans si ritrovò a confermare ciò che voleva smentire: non solo trovò i nomi dei 32 saggi (più altri 34 di sua elaborazione) e le loro date di nascita e di morte, ma trovò addirittura che per ogni saggio vi era criptata anche la sua città natale.
Il giornalista investigativo Michael Drosnin portò questa scoperta al grande pubblico con il best-seller “Codice Genesi”, frutto di un’indagine durata 5 anni.
Drosnin spinse il modello oltre, sostenendo che il codice potesse avvertirci di eventi imminenti.
Tra i casi più celebri: l‘assassinio di Rabin, previsto un anno prima del delitto, quando Drosnin trovò il nome “Yitzhak Rabin” incrociato con “assassino che commetterà omicidio”. Dopo l’attentato, nella stessa matrice rinvenne il nome dell’assassino, “Amir”, e l’anno della morte. Drosnin individuò riferimenti alla Guerra del Golfo e, in volumi successivi (Bible Code II e III), agli attacchi dell’11 settembre e a potenziali olocausti nucleari.
Il tutto codificato migliaia di anni fa in modo tale da poter essere decifrato solo con l’uso del computer e solo sapendo cosa cercare. La Bibbia contiene nomi ed eventi avvenuti a migliaia di anni dalla sua stesura… un dato matematico in stridente contrasto con la logica. Chi ha criptato un testo segreto nella Bibbia più di 3.000 anni fa deve aver usato un sistema avanzato e deve in qualche modo aver conosciuto il futuro o i possibili futuri del mondo, non solo a livello generale, ma anche nel dettaglio di nomi, date e città.
La Bibbia sarebbe quindi un testo interattivo contenente miliardi di informazioni, fra cui riferimenti moderni come “Newton” criptato con “gravità”, “Edison” con “elettricità” e “lampadina”, “Einstein” con “scienza” e “comprensione nuova ed elevata”. Vi compare anche la parola “computer” criptata con la frase: “Chiudere le parole e sigillare il libro fino al momento della fine”.
La scienza ufficiale ha risposto parlando di apofenia: la tendenza umana a trovare schemi significativi in dati casuali.
Il matematico Brendan McKay dimostrò che, data una massa di dati sufficientemente grande, si possono trovare “profezie” ovunque. In Moby Dick, McKay scovò le predizioni degli assassinii di Gandhi e Kennedy, suggerendo che il codice sia una proprietà intrinseca di ogni testo lungo e non un messaggio intenzionale.
Persino Harold Gans, l’ex decifratore della NSA che inizialmente validò il lavoro di Rips, ha in seguito frenato, negando che il codice abbia capacità predittive. Lo stesso Eliyahu Rips ha preso le distanze da Drosnin, ribadendo che il codice è una “firma” dell’intelligenza divina ma non una sfera di cristallo per indovinare il futuro.
Nel 1999 il Journal of Statistical Science pubblicò un lungo articolo di Brendan McKay, Dror Bar-Natan, Maya Bar-Hillel e Gil Kalai che confutava punto per punto l’esperimento di Rips e Witztum basandosi sulla scelta delle grafie dei nomi dei saggi.
Oggi la teoria del Codice Biblico rimane in un limbo affascinante. Da un lato, la matematica moderna suggerisce che le coincidenze siano statisticamente inevitabili; dall’altro, la precisione di alcuni incroci (come nomi, date e città di nascita dei saggi) continua a scuotere le certezze di molti.
Se la Bibbia fosse davvero un testo interattivo, sigillato per millenni e accessibile solo nell’era dei computer, ci troveremmo davanti al più grande rompicapo della storia.
Il mistero rimane: siamo noi a proiettare significati sul caos, o abbiamo finalmente iniziato a leggere tra le righe di un programma cosmico? Forse una stringa del codice dell’universo olografico?
“la distinzione tra passato, presente e futuro
è solo un’illusione, per qunto radicata”
Albert Einstein


