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Battaglia Terme

Mille anni di epidemia del ballo frenetico

L’epidemia del ballo frenetico è un mistero medico e antropologico ancora aperto.

La coreomania (o Ballo di San Giovanni o Ballo di San Vito o piaga del ballo) è uno degli enigmi più affascinanti e inquietanti della cultura occidentale, che ancora oggi sfugge ad una piena comprensione scientifica, soprattutto per gli aspetti collettivi e contagiosi.
Le “Epidemie” di danza compulsiva o ballo frenetico (che trovano eco nella prima versione della favola di Biancaneve) sono stati per circa mille anni degli eventi sociali noti, spettacolari e temuti in Germania, Svizzera e nelle Fiandre, spesso accompagnati da atti di nudità e imprecazioni. Poi sono svaniti del tutto nella seconda metà del XVII secolo.

Il resoconto più antico (che possiamo definire “il paziente zero”) è del VII secolo, intorno all’anno 664, alcune cronache di un monastero dell’attuale Germania centrale, descrivono un gruppo di persone colpite da una sorta di follia motoria improvvisa, che le spingeva a muoversi in modo ritmico e non controllabile. La situazione fu risolta con esorcismi.

1021, durante la vigilia di Natale, nel villaggio tedesco di Kölbigk, un gruppo di diciotto persone iniziò a ballare nel sagrato della chiesa di San Magno, disturbando la messa cantata dal prete. La leggenda racconta che il prete, furibondo, scagliò una maledizione contro di loro, condannandoli a ballare per un intero anno senza sosta. Le cronache riportano che i ballerini sprofondarono nel terreno fino alle ginocchia e che alcuni morirono per la fatica non appena la crisi terminò.

1237, in Turingia, un gruppo di circa cento bambini fu colpito da una improvvisa frenesia di danza e salto. Il gruppo si mosse in una sorta di processione folle da Erfurt fino alla città di Arnstadt. Molti di loro morirono durante il tragitto o poco dopo essere stati riportati alle famiglie. Si ritiene che la vicenda abbia ispirato il racconto del Pifferaio di Hamelin.

1274, sulle rive della Mosa, a Maastricht, circa duecento persone iniziarono a ballare con tale violenza su un ponte di legno che la struttura non resse al ritmo sincopato e ai balzi della folla. Il ponte crollò e la maggior parte dei ballerini annegò nel fiume. I sopravvissuti furono portati in una cappella dedicata a San Vito per essere curati, ma molti rimasero segnati da tremori per il resto della vita.

1418, serie di focolai nella zona dell’Alsazia e le rive del Reno. A Strasburgo le cronache della cattedrale riportano gruppi di persone condotte in catene o scortate verso le cappelle di San Vito per “espellere il ballo”.

Giugno 1374, Aquisgrana, città ai confini con il Belgio e a breve distanza da Colonia, era in preda al caldo e alla siccità e temeva la carestia. Improvvisamente alcune donne iniziarono a ballare, con movimenti scomposti e grida frenetiche. In breve tempo a loro si unirono altre persone che poi diventarono centinaia. Si unirono musicanti improvvisati e si formò una processione delirante, che girava per le strade e diventava sempre più numerosa. Le cronache raccontano di folle che danzavano per giorni fino a cadere a terra sfinite, con i piedi sanguinanti o le costole spezzate dai movimenti convulsi. Da Aquisgrana il contagio si propagò fino a Colonia e ai Paesi Bassi. Le autorità risposero con un massiccio ricorso agli esorcismi. Gli affetti venivano portati nelle chiese, isolati, sottoposti a preghiere e rituali di liberazione.

Se i casi precedenti rimangono avvolti nelle nebbie del Medioevo, dell’epidemia di Strasburgo del 1518 conosciamo persino i nomi dei protagonisti. Tutto ebbe inizio il 14 luglio, quando una donna, Frau Troffea, uscì dalla sua casa a graticcio e iniziò a ballare. Nonostante le suppliche del marito – che rimase immune al contagio – la donna continuò per giorni, incurante dei piedi gonfi e sanguinanti. Nel giro di una settimana si erano unite a lei 30 persone; in un mese erano 400.
Basandosi sulla ricerca di Lynneth J. Miller e sulle cronache dell’epoca, la vicenda di Strasburgo del 1518 emerge come uno dei capitoli più paradossali della storia europea.
Se il caso di Aquisgrana del 1374 era stato gestito con la rassegnazione di chi vede nel ballo un castigo divino, Strasburgo rappresenta il momento in cui il Medioevo e l’Età Moderna si scontrano in un corpo a corpo frenetico. La città non era un borgo isolato, ma un centro pulsante di commerci e umanesimo, che nel luglio di quell’anno si ritrovò improvvisamente ostaggio di un fenomeno di massa incomprensibile, che si consumava nei mercati e nei vicoli, sotto gli occhi di un clero sconcertato e di autorità cittadine che, nel tentativo di gestire il caos, finirono per alimentarlo. Le cronache raccontano di una mortalità spaventosa: nel picco dell’epidemia, si stima che fino a quindici persone al giorno crollassero senza vita, stroncate da infarto o sfinimento.
Per la prima volta, la scienza medica dell’epoca provò a reclamare il primato sulla religione. Il consiglio cittadino, invece di invocare subito l’esorcismo, consultò i medici. La diagnosi fu sorprendente: si trattava di “sangue caldo”, una condizione fisica naturale che, secondo la teoria umorale di Galeno, poteva essere curata solo in un modo: ballando ancora di più.Le autorità francesi fecero costruire un palco di legno nel mercato del grano e ingaggiarono musicisti e “ballerini professionisti” pagati per sostenere i malati, sperando che, portando la frenesia all’estremo, il calore nel sangue si dissipasse.
Fu un disastro. Invece di guarire, la gente iniziò a morire di infarto, ictus e sfinimento sotto il sole cocente dell’estate alsaziana. La “cura” si era rivelata più letale del male stesso.
Solo quando i morti iniziarono a contarsi a decine ogni giorno, la città fece marcia indietro, abbandonando la via medica per tornare a quella mistica. I ballerini superstiti furono caricati su carri e portati al santuario di San Vito, vicino a Saverne. Qui, in un’atmosfera sospesa tra il sacro e il grottesco, ai malati vennero messe delle scarpe rosse benedette e vennero condotti intorno all’altare. Curiosamente, questo rito sembrò funzionare, ponendo fine all’epidemia dove la medicina aveva fallito.

Il celebre medico Paracelso, che studiò il caso pochi anni dopo, propose una visione rivoluzionaria per l’epoca. Divise la mania in tre categorie: quella nata dall’immaginazione, quella causata da tendenze “lascive” e quella puramente fisica legata ai nervi. Fu lui a coniare il termine “coreomania”, cercando di strappare definitivamente il fenomeno dalle mani dei demoni per consegnarlo a quelle della clinica, pur mantenendo un pregiudizio morale che vedeva nel ballo eccessivo un peccato quasi esclusivamente femminile.
L’incidente di Strasburgo e altri simili erano generalmente considerati di origine soprannaturale a causa delle profonde credenze religiose e superstiziose dell’epoca. Si trattava o di una maledizione lanciata dai santi arrabbiati perché le loro feste erano state corrotte dal paganesimo, di possessione demoniaca o di punizione divina per i peccati.
“Curare la danza continua era compito esclusivo della chiesa”, spiega Lynneth Miller Renberg, professore associato di storia all’Anderson University.

Per tutto il Cinquecento si registrarono episodi sporadici, specialmente nelle aree già colpite in passato. Nel 1551, a Basilea, piccoli gruppi di persone furono visti danzare in modo compulsivo nelle piazze. In questo periodo, però, l’approccio delle autorità era cambiato: influenzati dalle teorie di Paracelso, i consigli cittadini iniziarono a trattare i ballerini con meno misticismo e più isolamento forzato.

Un episodio tardivo ma molto celebre, soprattutto per la sua testimonianza iconografica, è quello avvenuto a Molenbeek, vicino a Bruxelles, nel 1592. Le cronache descrivono gruppi di donne che si recavano in pellegrinaggio alla chiesa locale sperando di essere guarite dal Ballo di San Giovanni. Questo evento è stato immortalato dal pittore Pieter Brueghel il Giovane, che ritrasse le donne in uno stato di trance, sostenute a braccia da uomini mentre cercavano disperatamente di raggiungere il santuario.

La mania della danza. Pellegrinaggio alla chiesa di Molenbeek, 1564, Pieter Brueghel il Vecchio

Gli ultimi casi sporadici sono segnalati intorno al 1640 in villaggi della Germania e dei Paesi Bassi.

Tentativi di spiegazione

Gli studiosi moderni hanno avanzato numerose teorie, ma nessuna definitiva. Per decenni, la spiegazione più gettonata è stata quella dell’ergotismo. L’idea che un fungo della segale, favorito dalle inondazioni e dall’umidità, avesse causato allucinazioni di massa è suggestiva. Tuttavia, storici come John Waller fanno notare che l’ergotismo solitamente provoca cancrena e annerimento degli arti, sintomi mai riportati a Strasburgo.
Inoltre, le persone colpite non erano affette da semplice tremore, ma da un movimento ritmico che richiedeva una coordinazione impossibile per chi è gravemente intossicato.

Strasburgo stava attraversando un periodo di angoscia estrema, tra carestie devastanti, la minaccia della peste e la costante paura di segni celesti apocalittici come la cometa del 1492. In questo clima di disperazione, il corpo umano avrebbe trovato nella danza una valvola di sfogo per un dolore altrimenti inesprimibile.
Un elemento fondamentale analizzato da Lynneth Miller Renberg riguarda la dimensione di genere e classe: le vittime erano spesso donne delle classi contadine, le stesse che in quel periodo storico venivano prese di mira dalla caccia alle streghe. La coreomania si configurava così come un rito funebre collettivo per un mondo che stava crollando sotto il peso di rivoluzioni sociali e scientifiche. L’ipotesi ha i suoi meriti per il caso del 1518 e forse per i successivi, diventa un po’ più debole per spiegare tutti i precedenti e perché il fenomeno non si è manifestato in modo analogo anche altrove, ad esempio in Inghilterra, in Spagna o in Romania, dove di certo non sono mancate fasi estremamente critiche e di trasformazione sociale.

Per molto tempo – e in molti testi lo si fa ancora – si è parlato di isteria di massa.
Il concetto di isteria ha subito una delle trasformazioni più radicali nella storia della medicina, passando da diagnosi onnipresente a termine quasi bandito dai manuali clinici. Se nel Cinquecento le visioni di Frau Troffea venivano lette come un calore del sangue e nell’Ottocento come il disturbo femminile per eccellenza, oggi la psichiatria moderna ha smesso di considerare l’isteria come una patologia mentale specifica.

Storicamente, l’isteria è stata legata per millenni all’idea di un malfunzionamento dell’utero – dal greco hystera – suggerendo che fosse una condizione intrinsecamente legata alla biologia femminile. Oggi, i sintomi che un tempo avrebbero portato a una diagnosi di isteria vengono classificati come disturbi di somatizzazione, dove un disagio psicologico si manifesta attraverso dolori fisici reali, oppure come disturbi di conversione, in cui un forte stress emotivo “si converte” in sintomi neurologici, come paralisi temporanee, cecità o, appunto, movimenti involontari che ricordano le antiche coreomanie. Sostanzialmente è il corpo che comunica un trauma che la mente non riesce a elaborare, una reazione dissociativa estrema a un ambiente ostile.

Il tarantismo

Nell’Italia del sud c’era un fenomeno con caratteristiche simili, chiamato tarantismo, ma declinato in modo diverso. Il morso della tarantola era ritenuto in grado di trasmettere una possessione spirituale, che poteva essere espulsa solo con musiche e danze specifiche. Quando la “tarantata” avvertiva i sintomi del malessere, venivano chiamati i musicisti. Attraverso l’uso di violini, tamburelli e organetti, si cercava il ritmo giusto — il colore e la melodia che “piacevano” al ragno — per costringere la vittima a ballare fino a espellere il veleno attraverso il sudore e la trance. Le prime tracce scritte del tarantismo risalgono all’XI secolo, ma è tra il XVII e il XVIII secolo che il fenomeno viene descritto con precisione clinica e antropologica.
Un caso emblematico è quello documentato dal medico Giorgio Baglivi nel XVII secolo. Egli osservò come molti contadini, pur non essendo stati morsi da alcun ragno, iniziassero a ballare non appena sentivano le note della “pizzica”. Nella città di Galatina, secondo la tradizione, San Paolo concesse gli abitanti il potere di guarire dal veleno dei rettili e dei ragni. Ogni anno, tra il 28 e il 29 giugno, decine di tarantate convergevano nella sua cappella, si arrampicavano sulle pareti della chiesa e urlavano, in una danza che mescolava devozione cristiana e antichi simbolismi pagani. La musica e la danza erano dunque un sistema (l’unico) di guarigione a cui partecipava tutta la comunità.

Il fenomeno dell’epidemia di ballo frenetico è scomparso?

Non ci sono più menzioni di casi di coreomania dalla fine della prima metà del ‘600. Tuttavia abbiamo qualcosa di abbastanza simile e molto più recente nelle epidemie di risate.
Il 30 gennaio 1962, in una scuola femminile di Kashasha, un piccolo villaggio nel nord-ovest del Tanganica, tre ragazze iniziarono a ridere. Quella che sembrava una bizzarria adolescenziale si trasformò in pochi minuti in un fenomeno inarrestabile: le risate divennero convulse, alternate a crisi di pianto e urla, contagiando rapidamente le compagne. Gli insegnanti, per lo più di origine europea, si ritrovarono impotenti davanti a una massa di studentesse che non riuscivano a smettere di ridere per ore o addirittura giorni. La scuola fu costretta a chiudere il 18 marzo, ma il ritorno delle ragazze a casa non fermò l’epidemia, anzi, la trasportò nei villaggi d’origine come un virus invisibile.
A metà aprile del 1962, il villaggio di Nshamba fu investito dal contagio. Oltre duecento persone, tra cui molti giovani adulti, iniziarono a manifestare i medesimi sintomi: attacchi improvvisi di ilarità nervosa, seguiti da uno stato di spossatezza e confusione. In giugno, la “malattia” colpì un altro istituto femminile a Ramashenye e, poco dopo, raggiunse il villaggio di Kanyangereka. Qui si osservò una dinamica di trasmissione quasi clinica: una studentessa tornata a casa contagiò i fratelli e la matrigna, dando il via a un nuovo focolaio locale. Due scuole maschili situate a chilometri di distanza dovettero sbarrare i battenti. Alla fine del fenomeno, durato quasi due anni, si contarono oltre mille persone colpite e quattordici scuole chiuse temporaneamente.
Nonostante la drammaticità della situazione, non furono registrati decessi, ma la vita quotidiana di intere comunità rimase paralizzata per mesi, sospesa in un limbo di risate che non avevano nulla di gioioso.
Nonostante la presenza di medici occidentali, molti abitanti locali erano convinti che la causa fosse legata a incantesimi lanciati da sciamani rivali o alla violazione di tabù ancestrali legati alla terra, vedendo nella risata il segno di una possessione da parte di spiriti della natura offesi.
Oggi si inquadrano questi fenomeni con l’etichetta di Malattia Psicogena di Massa. Il contesto storico fornisce la chiave di lettura: il Tanganica aveva ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel dicembre 1961, solo due mesi prima dello scoppio del caso di Kashasha. La popolazione viveva un momento di transizione violenta tra il vecchio ordine coloniale e un futuro incerto. Le studentesse, in particolare, subivano la pressione di un sistema educativo occidentale rigido e severo, che si scontrava con le aspettative delle loro famiglie d’origine. In un ambiente dove la protesta esplicita o la ribellione non erano permesse, il sistema nervoso scelse la via della dissociazione. La condizione di malato divenne un’inconscia via di fuga socialmente accettabile: se sei vittima di una maledizione o di una malattia misteriosa, non sei più tenuta a rispettare i severi obblighi scolastici o lavorativi. Il contagio avvenne per una sorta di empatia forzata: in comunità chiuse e sotto forte stress, il cervello tende a sintonizzarsi sui segnali di allarme degli altri, replicandoli fino a trasformare un disagio psicologico in un’epidemia collettiva.
Non è molto lontana, tutto sommato, dalla spiegazione dei mistici del passato, che suggerivano che queste epidemie colpissero chi aveva l’anima “vuota” o indebolita dalla troppa sofferenza. In assenza di una forte protezione spirituale, il corpo diventava un guscio vuoto che poteva essere riempito da qualsiasi energia vagante, come una sorta di risonanza acustica. La danza o la risata non erano altro che il rumore di questa energia che cercava di uscire dal corpo.

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