Il caso di Azzo Bassou resta un enigma antropologico aperto.
Nel 1931 nella Valle del Dades a sud di Marrakesh (Marocco), venne scoperta dai funzionari coloniali una “stranissima creatura”, un uomo con aspetto arcaico che lasciava gli uomini di scienza dell’epoca interdetti. Alcuni lo definivano “l’idiota selvaggio, che viveva in una caverna e che si nutriva esclusivamente di carne cruda”. Usava bastoni e pietre per cacciare e raccogliere vegetali e frutti commestibili, non sapeva accendere il fuoco, non usava abiti e parlava pochissimo. Aveva, inoltre, un aspetto molto primitivo, con tratti somatici anomali rispetto a quelli delle altre persone che abitavano nell’area: fronte sfuggente, arcate sopraccigliari prominenti, mascella inferiore sporgente, postura non completamente eretta. Ricordava, in altre parole, quello che doveva essere l’aspetto di un neanderthaliano (o, forse, di un pitecantropo, come all’epoca si definivano gli “homo erectus”). Non sembrava un Homo sapiens.

A quest’uomo venne dato il nome di Azzo Bassou, fu fatto vestire per essere fotografato (si teneva molto alla “sensibilità” dei lettori) e quindi la notizia e le sue immagini fecero il giro del mondo.
Se ne interessò soprattutto la stampa francese (all’epoca il Marocco era un protettorato della Francia) presentandolo come l’ultimo Neanderthal o genericamente come un “fenomeno da baraccone”.
In quel periodo, infatti, erano ancora molto in voga i “Freak show”, spettacoli in cui venivano esibiti sia artisti in grado di fare imprese fuori dal comune (mangiafuoco, mangiaspade, fachiri) che persone e animali con l’aspetto insolito, il che includeva malformazioni, deformità, malattie rare, nani e giganti, caratteri sessuali atipici, gemelli siamesi, eccetera. Sia autentici che fraudolenti. Motivo per cui la comunità scientifica tendenzialmente ignorava tutta la categoria.
C’è anche da considerare la mentalità “coloniale” della stampa, tendente alla spettacolarizzazione di aspetti che inquadravano i colonizzati come primitivi, a contrasto con i “civilizzati” e “civilizzatori”, dunque si cercava ed enfatizzava “il selvaggio”.
La scienza si interessò assai poco di Azzo, con eccezione di etnografi e antropologi che cercarono di comprendere se veramente quell’uomo potesse essere un legame vivente col passato preistorico dell’umanità. I pochi medici che lo visitarono liquidarono immediatamente il caso come “microcefalia” e non redassero neanche una documentazione accurata. Anche l’antropologo Jean-Claude Guyomarc’h, tra gli altri, fu dello stesso avviso.



Nel 1956 lo scrittore francese Jean Boullet si recò sul posto proprio per cercare di scoprire qualcosa sul misterioso “uomo preistorico”. Trovandolo ancora in vita, Boullet riuscì a scattargli alcune foto, analogamente a quanto fece il professor Marcel Homet, un etnologo francese e ricercatore di civiltà scomparse.
All’inizio degli anni ‘70, in grandissimo ritardo e dietro la pressione di molti ricercatori indipendenti, finalmente l’Associazione Internazionale Studi Preistorici si degnò di andare a cercare Azzo nel deserto del Sahara, presso l’oasi di Sidi Fillah.
Mario Zanot, che guidava la spedizione, chiese ospitalità al capotribù e lo intervistò a lungo. Apprese così che Azzo era morto da anni ed era stato sepolto lì, ma affermò anche che le sue ossa erano intoccabili, perché il suo spirito li proteggeva dalle sventure.
Il capotribù indirizzò poi la spedizione verso due sorelle, Hisa e Herkaia, a suo dire parenti prossime di Azzo, i cui tratti somatici erano in effetti simili a quelli “dell’uomo primitivo”. Non potendo eseguire delle analisi sui resti di Azzo rimane difficile stabilire con certezza se effettivamente le due donne – sorelle tra di loro – fossero anche parenti o meno del defunto. Inoltre, anche nell’ipotesi che fossero sue parenti prossime, tale eventualità non dimostra -ipso facto- la malattia genetica più di quanto dimostri la persistenza in famiglia di un eventuale fenotipo ancestrale.
Chi era Azzo, allora? Davvero un rappresentante di una linea evolutiva scomparsa, sopravvissuto all’estinzione?
Oppure era un “semplice” caso clinico di microcefalia primaria autosomica?
L’impossibilità di estrarre DNA dai resti del soggetto non consente di avere una risposta definitiva e di archiviare quindi il caso come “leggenda”.
L’eDNA (il DNA ambientale) sul suolo e sulle caverne della zona, potrebbe forse dirci se delle comunità con fenotipo ancestrale siano o meno vissute in quell’area fino a tempi relativamente recenti.
Fondamentalmente i resti dell’Homo floresiensis in Indonesia ci hanno insegnato che rami collaterali di ominidi possono sopravvivere più a lungo di quanto pensiamo in isolamento geografico (anche se non così a lungo come nel caso di Azzo).
Il Marocco è una terra importante per l’evoluzione umana, come dimostrano le straordinarie scoperte avvenute a Jebel Irhoud, a partire dagli anni ’60 (gli studi sono del 2017), quando sono stati rinvenuti i resti dei più antichi homo sapiens del mondo, databili fra 300.000 e 350.000 anni fa.

È possibile che forme più arcaiche di Sapiens o comunità di Erectus siano sopravvissute in Africa più a lungo che in Europa e che Azzo fosse uno di loro?
Difficilmente poteva essere un Neanderthal, perché tale patrimonio genetico residuo è virtualmente assente in Africa (0,3%, contro il 2-2,6% dell’Eurasia), dove si presume, di conseguenza, che questi nostri antenati non siano vissuti, se non come migrazione di ritorno in tempi più recenti.
Bisogna anche dire che fino a tempi recentissimi (ma in parte anche adesso) si riteneva che i Neanderthal avessero un aspetto molto più “scimmiesco” di quanto realisticamente deducibile dalla scienza e dalle prove per antenati che possedevano una capacità cranica superiore alla nostra, avevano i capelli rossi, gli occhi e la pelle chiara, nasi e sopracciglia importanti, conoscevano l’arte e riti di sepoltura. Nulla segnala un deficit cognitivo o nella capacità di parlare, rispetto a noi.



