L’aspetto di Gesù… senza buonismo

Che aspetto aveva Gesù?

Nell’immaginario collettivo occidentale, l’aspetto di Gesù è quasi sempre una scelta binaria, dettata più dalla teologia o dalla sociologia che dalla storia. Da un lato, abbiamo il “Gesù Svedese”: biondo, con gli occhi azzurri, pelle di porcellana, frutto di secoli di iconografia europea che lo ha letteralmente “sbiancato” per renderlo culturalmente digeribile. Dall’altro, in tempi più recenti, si è affermato con forza il “Gesù buonista”: basso, scuro di capelli e olivastro di carnagione.

Quando si tratta di proiettare categorie contemporanee (e a volte ideologiche) sul passato, si sbaglia sempre. Se vogliamo immaginare il “vero” volto di Yeshua bar Yosef o Yeshua ha-Natzri, dobbiamo spogliarci della volontà di piegare a tutti i costi la storia a un’immagine che ci faccia sentire a nostro agio.

L’argomento principale a sostegno di un Gesù dai tratti somatici scuri è geografico: “Gesù era mediorientale, quindi doveva avere l’aspetto di un mediorientale”. Questo ragionamento è corretto, ma solo se consideriamo l’odierno assetto demografico.

Il Medio Oriente del I secolo d.C. non era affatto lo stesso di oggi. Il fenotipo dominante non era arabo.

La grande migrazione araba dalla Penisola Arabica, che ha uniformato geneticamente gran parte del Levante e del Nord Africa conferendo quei tratti somatici scuri che oggi associamo alla regione, avviene solo nel VII secolo, seicento anni dopo la morte di Gesù.

Prima di allora, il Levante era un crocevia etnico molto più variegato. Popolazioni semitiche occidentali (Ebrei, Fenici, Aramei), influenze anatoliche (eredi degli Ittiti), popolazioni nilo-sahariane (Nubiani) e ondate migratorie “europee” come i Filistei (originari dell’Egeo o di Creta) convivevano in un mosaico genetico frastagliato.

Il fenotipo dominante non era “arabo”, ma “mediterraneo antico” o “levantino arcaico”, un tipo di carnagione che oggi sopravvive, in isolamento, tra i Berberi delle montagne, i Drusi o i Libanesi cristiani: pelli chiare che si arrossano facilmente, occhi che spaziano dal nocciola al verde e capelli castano-ramati.

Negli ultimi anni, la paleogenetica ha assestato un duro colpo alla teoria dell’omogeneità somatica antica. Gli studi sul DNA estratto dai resti ossei dei Cananei e delle popolazioni dell’Età del Ferro mostrano che questi gruppi erano geneticamente più vicini alle popolazioni europee e anatoliche rispetto a quelle della Penisola Arabica.

È stato inoltre confermato che il Vicino Oriente non è mai stato isolato e che esiste un antichissimo “flusso di ritorno” genetico verso l’Africa di popolazioni portatrici di DNA Neanderthal. Questo substrato ancestrale influenzava proprio la pigmentazione: alcune varianti genetiche ereditate dai Neanderthal sono legate alla pelle chiara e ai capelli rossi. In breve, il “paesaggio genetico” che Gesù calpestava era molto più propenso a produrre individui con carnagione chiara e occhi chiari di quanto l’omologazione post-islamica ci suggerisca.

Il che si sposa abbastanza bene con la descrizione della quarta Lamentazione circa gli abitanti di Gerusalemme:

“I suoi giovani erano più splendenti della neve, più candidi del latte; avevano il corpo più roseo dei coralli, era zaffiro la loro figura”
(Lamentazioni 4,7)

Una delle più brutte ricostruzioni dell’aspetto di Gesù è stata eseguita dall’esperto di scienza forense Richard Neave, avvalendosi di “tre teschi di ebrei contemporanei a Gesù e vissuti nel nord di Israele” e di alcune raffigurazioni di persone dell’epoca, ha dedotto che dovesse essere di bassa statura, con la pelle e gli occhi scuri, i capelli ricci e la barba folta. I capelli corti, perché per San Paolo portarli lunghi era disonorevole.

Ricostruzione di Richard Neave

Già la descrizione metodologica annuncia i limiti di questa ricostruzione. Tre teschi sono pochi, tutti e tre appartenenti al ceto povero non possono essere presi a rappresentazione di qualcuno che era di stirpe reale (sarebbe come ricostruire il volto di un nobile europeo partendo da tre teschi di contadini di una città vicina). L’opinione di San Paolo (che non ha mai incontrato Gesù né ne comprendeva a fondo gli insegnamenti e ha stravolto un po’ tutto per adattarlo alla cultura greca e romana) non è la più affidabile per stabilire la lunghezza dei capelli di Gesù, che probabilmente era anche Nazireo, cioè non tagliava i capelli e la barba per devozione. Le opere d’arte del III secolo (duecento anni dopo) prese in esame sono molto stilizzate e usano pochi pigmenti. Insomma un’operazione di marketing e buonismo, ma con ben poca validità scientifica.

La sindone di Torino è stata usata (probabimente per molto più tempo di quanto si creda) per generare un’iconografia coincidente con la reliquia (sulla cui autenticità non ci sono elementi conclusivi), non ci dice nulla, però, sul colore di occhi, pelle e capelli.

Ricostruzione effettuata con IA da un giornale inglese, basandosi sulla sindone di Torino

Ma i testi cosa dicono?
I Vangeli non ci dicono affatto quale fosse l’aspetto di Gesù.
Altro discorso è per i Vangeli apocrifi. Gli Atti di Giovanni parlano di un Gesù che “mutaforma”, in grado di apparire a volte come un uomo piccolo e deforme, altre volte come un giovane bellissimo la cui testa “toccava il cielo”. In alcuni passaggi viene descritto con la pelle molto chiara, quasi radiosa.

Nell’Apocrifo di Giacomo, Gesù appare come una figura di eccezionale bellezza, quasi eterea. Una versione della Guerra Giudaica di Giuseppe Flavio (storico ebreo contemporaneo di Gesù), conservata in antico slavo descrive Gesù come un uomo di circa 1 metro e 50, con la pelle scura ma tratti del viso nobili, le sopracciglia che si uniscono e i capelli che tendono al rossiccio. Il testo medievale noto come “La lettera di Lentulo” che probabilmente attinge a fonti precedenti andate perdute, descrive Gesù in questi termini:

“I suoi capelli sono del colore della noce matura [un castano ramato/rossiccio], distesi senza lucentezza quasi fino alle orecchie, ma dalle orecchie in giù sono ricciuti… la fronte è piana e molto serena… il naso e la bocca sono impeccabili… gli occhi sono grigi e chiari.”

“Figlio di Davide”: il fattore genetico trascurato
Se Gesù è davvero esistito e rivendicava una legittimità messianica, questa passava necessariamente per la discendenza dalla Casa di Davide. La genealogia non era solo burocrazia, era identità e, inevitabilmente, genetica. Qui entra in gioco l’endogamia aristocratica e di tutte le casate reali del mondo, nessuna esclusa. Il sangue reale non si deve mai mescolare. Le grandi casate di Giuda e Beniamino, custodi del sangue reale davidico, seguivano rigide regole dinastiche per preservare la loro “purezza” e impedire la “diluizione” della regalità. Queste pratiche geneticamente facilitano la manifestazione di tratti recessivi. Un gene raro, se entrambi i genitori ne sono portatori (evenienza comune in una bolla endogamica), ha un’altissima probabilità di riemergere.

E com’era Davide? Il Primo Libro di Samuele (16:12 e 17:42) è esplicito: lo descrive con il termine ebraico Admoni, tradotto universalmente come “fulvo”, “rossiccio”. Inoltre, viene detto “bello di occhi”.
In alcuni Midrashim secondari e commenti meno noti, la “bellezza” degli occhi di Davide veniva associata alla lucentezza del metallo o dell’acqua, portando a descrizioni che parlavano di un colore simile all’argento o alla cenere.
Autori come Giovanni Damasceno o Epifanio il Monaco, attingendo a tradizioni orali palestinesi molto antiche, descrivono Davide con la pelle chiara, i capelli rossi e gli occhi grigi o del colore del mare.

Ricostruzione artistica di Davide, con i cratteri Admoni

Questo aspetto admoni di Davide veniva percepito come un segno di distinzione, regalità e benedizione divina. Trasmesso endogamicamente nelle generazioni, consentiva ai suoi discendenti di essere riconoscibili immediatamente.

Un po’ come gli allungamenti dei crani, in molte culture antiche, erano il tratto distintivo esteriore delle elite di potere o come nell’Inghilterra dei secoli passati, la pelle chiarissima era indicazione di nobiltà estrema (motivo per cui le gran dame non si esponevano mai ai raggi del sole).

Se uniamo questi puntini – l’assenza del rimescolamento arabo, un substrato genetico levantino antico tendente a tratti più chiari e l’endogamia della stirpe di Davide, l’ipotesi di un “Gesù rosso e con gli occhi grigi” non è solo plausibile, ma storicamente e scientificamente coerente. Molto più dell’orrida immagine tirata fuori dall’esperto forense inglese.

L’immagine che ne emerge non è quella di un “vichingo” in Palestina, ma di un esponente dell’aristocrazia giudaica che conservava il volto dei suoi antenati guerrieri. Un uomo con una pelle chiara e forse punteggiata da lentiggini, capelli fulvi e occhi di un colore insolito, che lo rendevano immediatamente riconoscibile come “figlio di Davide”, “diverso” e carismatico fin dal primo sguardo. Ecco che si spiegherebbe meglio perché i Vangeli parlino spesso del timore reverenziale o dello stupore che la sola presenza fisica di Gesù incuteva nelle folle.

Curiosamente è molto più realistico l’affresco delle Catacombe di Commodilla (realizzato solo 300 anni dopo la morte di Gesù) della ricostruzione forense inglese.

Volto di Cristo con caratteristiche sindoniche (IV secolo), affresco nelle catacombe di Commodilla.

Dare un calcione alla storia in nome del buonismo non solo è errato ma è anche un tradimento del metodo scientifico.

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