La crociata dei bambini, fra storia, mito e miseria

Avete mai sentito parlare della Crociata dei Bambini?

È la storia struggente di migliaia di fanciulli innocenti che, nel 1212, guidati da una fede purissima, marciarono verso il mare per andare in Terra Santa.
Accadde quasi contemporaneamente sia in Francia che in Germania, in entrambi i casi c’era un leader molto giovane con un seguito di migliaia di “pueri”. In Francia era un pastorello dodicenne di nome Stefano, con una lettera di Gesù per il re Filippo II, in Germania il leader si chiamava Niccolò ed il suo seguito ammontava a 30.000 “pueri”.
La spedizione francese fu dispersa su ordine del sovrano, quella tedesca invece partì.

I bambini erano convinti che le acque si sarebbero aperte davanti a loro e che avrebbero raggiunto Gerusalemme camminando sul fondale, a quel punto l’avrebbero riconquistata senza bisogno di combattere, proprio grazie alla loro purezza e fede, poiché il peccato era il vero motivo del fallimento delle crociate.
I crociati bambini morirono in gran parte lungo il percorso in mezzo alle montagne e quelli che giunsero al mare, a dispetto di fede e attesa fiduciosa, non ottennero da Dio l’apertura delle acque.

A questo punto non è chiaro che fine abbiano fatto i superstiti che raggiunsero i porti di Genova, oppure Brindisi o Marsiglia. Le fonti differiscono sull’epilogo.
Secondo alcuni provarono ad imbarcarsi ma non ci riuscirono.
Secondo altri qualcuno si imbarcò, ma molte delle navi che li trasportavano naufragarono. Altri furono portati direttamente dai mercanti di schiavi saraceni.
Secondo altre fonti furono catturati nel porto e venduti come schiavi.
Due fenomeni del tutto analoghi sono registrati anche nel 1251 e nel 1320.
Nello stesso periodo esplode il culto dei Santi innocenti e dei fanciulli che compiono miracoli.

Come sono andate davvero le cose?

Difficile stabilirlo con certezza assoluta a otto secoli di distanza, ma possiamo tentare una ricostruzione lasciando parlare direttamente i documenti dell’epoca, procedendo dalle testimonianze più antiche e dirette.

Iniziamo con una registrazione “in tempo reale” dell’agosto 1212, negli Annali Genovesi, scritti mentre la folla era ancora tra le mura della città:

«Nel mese di agosto, il sabato prima della festa di San Bartolomeo, arrivò nella nostra città una grande moltitudine di Tedeschi… Sostenevano di essere diretti al mare e che il mare si sarebbe aperto per loro. Ma vedendo che il miracolo non accadeva… si dispersero.»

Poco dopo, intorno al 1213, la Cronaca Reale di Colonia aggiunge dettagli sul fervore che aveva animato la partenza:

«Nell’anno 1212, nel tempo di Pasqua e Pentecoste… molte migliaia di fanciulli (pueri), di età compresa tra i sei anni e l’età adulta, presero la croce… Quando veniva chiesto loro dove stessero andando, rispondevano: “A Gerusalemme, a cercare la Terra Santa”».
«Tornarono indietro a gruppi di due o tre, consumati dalla fame e dalle malattie, nudi e miserabili. Quando veniva chiesto loro cosa avessero ottenuto o dove fossero stati i loro compagni, rispondevano di non saperlo. Tutti quelli che li vedevano restavano turbati, poiché quella devozione che era parsa divina si era conclusa nel nulla e nella vergogna.»

Sempre in quegli anni, tra il 1212 e il 1215, gli Annali di Schäftlarn confermano la rapidità del fallimento con una nota asettica:

«Anno 1212. Una moltitudine di fanciulli dalla Germania passò per le Alpi verso l’Italia; ma poiché non trovarono aiuto alcuno, tornarono indietro confusi e decimati dalla fame.»

Mentre il movimento si consumava, la notizia giunse ai vertici della Chiesa. Papa Innocenzo III, nella bolla Quia maior dell’aprile 1213, usò l’evento per scuotere le coscienze dei nobili europei:

«Mentre noi dormiamo, i fanciulli si risvegliano. Essi corrono con entusiasmo verso la Terra Santa, quasi a volerci rimproverare per la nostra ignavia. Come potete voi, uomini d’armi e nobili, restare inerti quando la gioventù più pura si offre al sacrificio?»

Anche i poeti del tempo registrarono il clima di esaltazione. Il celebre Walther von der Vogelweide, intorno al 1213, scriveva nel suo lamento:

«Povera cristianità, come sei confusa! I fanciulli partono mentre i re restano a litigare. La via verso il Sepolcro è lastricata di ossa giovani, mentre la corona imperiale rotola nel fango.»

La Cronaca di Laon (ca. 1220) ci fornisce il resoconto del fronte francese guidato da Stefano di Cloyes:

«Nel mese di giugno dell’anno 1212, un giovane pastore di nome Stefano… sostenne che il Signore gli era apparso… Si radunarono presso di lui circa trentamila persone. Il re di Francia, consultatisi i maestri di Parigi, ordinò loro di tornare alle proprie case, e così quella puerile devozione svanì così come era iniziata.»

Negli Annali di Marbach, scritti tra il 1220 e il 1230, leggiamo:

«Uomini di ogni condizione… si misero in cammino… procedevano come se fossero stati chiamati da una voce invisibile. Ma infine tornarono a casa, a piedi nudi e affamati, e molti furono derisi da coloro che li vedevano passare, , dicendo loro: “Dov’è il vostro Dio? Dov’è la Gerusalemme che cercavate?”

In Italia meridionale, il notaio imperiale Riccardo di San Germano registrò l’arrivo della folla tra il 1220 e il 1243:

«Nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1212, una spedizione vana di fanciulli e uomini stolti partì dalla Germania per mare… arrivarono fino a Brindisi, ma il vescovo di quella città, vedendo la loro follia, proibì loro di imbarcarsi, comprendendo che non avevano né navi né provviste.»

Federico II, l’Imperatore, era un uomo pragmatico: la cronaca suggerisce che le autorità imperiali rimasero interdette davanti a questa massa disorganizzata. Non li videro come eroi, ma come un problema di ordine pubblico.

Intorno al 1240, Alberico delle Tre Fontane scrive:

«Sette grandi navi cariche di fanciulli salparono da Marsiglia… due naufragarono vicino all’isola di San Pietro… le altre cinque furono portate a Bugia e Alessandria, dove i mercanti traditori vendettero i piccoli ai Saraceni.»

Nello stesso periodo, gli Annali di Alberto di Stade annotano:

«In quell’anno [1212], due imbroglioni, uno di nome Nicola e l’altro non ricordato, sedussero una moltitudine di fanciulli… Molti di loro, passando per l’Italia, furono catturati dai Longobardi e ridotti in servitù, altri morirono di fame nelle foreste.»
«Quelli che poterono tornare erano pochi e in condizioni pietose. Si diceva che molti fossero stati catturati dai Longobardi e tenuti come servi, e che altri avessero vagato per le città d’Italia senza meta. Coloro che rividero le loro case vennero guardati con sospetto, poiché avevano infranto i legami con i loro signori e i loro genitori senza portare alcun frutto spirituale.»

Alberto non vede nei pueri solo dei mistici, ma delle vittime di manipolazione. Sostiene che dietro Niccolò ci fossero degli “incitatori” (forse inviati dai musulmani o da mercanti senza scrupoli) che agivano per indebolire la Cristianità o per procurare schiavi.

Nel 1250 circa, la Chronica Maiora di Matteo Paris (ca. 1250) scrive:

«In quell’anno [1212], un fanciullo di nome Stefano… radunò una moltitudine infinita… Ma l’esito fu miserabile, poiché molti morirono in mare o nelle terre deserte, e i pochi che rimasero tornarono coperti di confusione e di ignominia. […] Molte fanciulle che erano partite con loro furono violate lungo il cammino e persero la loro castità. In tutto il regno non vi fu che pianto e lamento, non per la gloria della croce, ma per la stoltezza di una spedizione che aveva portato solo morte e disonore alle famiglie»

Per il 1251 descrive un movimento quasi identico, guidato da un “Maestro d’Ungheria” su ordine della Vergine Maria.

L’eco di questa marcia arrivò persino in Oriente, come testimonia la Cronaca siriaca di Bar Hebraeus alla fine del XIII secolo:

«In quegli anni si sparse la voce che dall’Occidente stava giungendo un esercito di fanciulli senza spade, perché Dio avrebbe consegnato loro Gerusalemme per la loro purezza. I musulmani ne ebbero timore, finché non si seppe che erano tutti periti lungo il cammino o dispersi.»

Sebbene non sia una cronaca ufficiale, esistono frammenti di canti e lamentele popolari raccolti in manoscritti successivi che parlano del “ritorno dei fantasmi”. In alcuni villaggi della Renania si tramandava che:

«Videro tornare uomini con gli occhi di vecchi ma le membra di ragazzi. Non parlavano della Terra Santa, ma solo del gelo delle montagne e della crudeltà di chi li aveva visti passare. Non erano più pueri, ma stranieri nelle loro stesse case.»

Secondo lo storico Peter Raedts (The Children’s Crusade: A Social Child-Hysteria?, 1977) ci sarebbe stato un equivoco filologico del termine puer, che non è da intendersi nel significato di bambino ma di povero, che giuridicamente era equiparato a un bambino. Nel XIII secolo esisteva una tendenza sociale e spirituale di rivendicare tale status come quello degli “ultimi”, che, in quanto tali, erano i primi agli occhi di Dio. I nobili e la chiesa erano corrotti, solo i poveri (pueri) e i pastorelli potevano salvare la Cristianità. Nel puerismo si inserisce anche la figura di San Francesco.

La “Crociata dei Bambini”, dunque, secondo Raedts, non sarebbe stata composta da fanciulli in senso anagrafico, ma da poveri:

«che cercavano nel pellegrinaggio una forma di riscatto sociale e spirituale. Il termine puer indicava colui che non possedeva nulla, il bracciante senza terra o il servo. […] La trasformazione in bambini è avvenuta nelle cronache scritte dopo il 1250 per necessità di creare una parabola morale: raccontare di bambini venduti come schiavi era molto più efficace che narrare di poveri affamati che tornavano a casa delusi.»

«Il movimento del 1212 non fu un’esplosione di isteria infantile ma una protesta dei diseredati contro una società che aveva fallito la sua missione religiosa. Il “puer” era il santo degli ultimi tempi, l’unico che poteva aprire le acque del mare perché non possedeva nulla tranne la sua speranza.»

Ha ragione Peter Raedts?

Possibile ma non certo. Sicuramente folle di poveri che convergevano su un obiettivo erano malviste da ogni tipo di autorità, il che rende molto logica la brutta fine delle operazioni, per casualità o coincidenza “stimolata”.
Certamente le condizioni dell’epoca non erano molto “sicure” e chi viaggiava senza essere in grado di proteggersi o privo della protezione di un signore, era destinato ad avere sgradevoli esperienze, se non fatali.
Altro dato di fatto è che l’idea di bambino che abbiamo oggi non corrisponde a quella che avevano all’epoca, soprattutto le classi povere. Questo è un tipo di contestualizzazione che non è più di moda, perché ormai si applica sistematicamente il filtro culturale odierno sulla storia (e sempre più spesso, per normalizzare tale distorsione, si vedono rappresentate cinematograficamente le corti nobiliari barocche o ottocentesche in modo multietnico).
Per quanto di moda, è e resta un errore.
Nel XIII secolo la donna era adulta (nel senso che si poteva sposare) alla prima mestruazione o comunque a 12 anni. L’uomo a 14, età in cui poteva giurare fedeltà al suo padrone. Sul piano sociale lo status di adulto era conseguito esclusivamente con il matrimonio. Entrambi erano considerati unità lavorative già a 7 anni. A prescindere dall’età, chi dipendeva da un feudatario era proprietà del suo signore e giuridicamente non aveva più diritti della sua mucca.
Tecnicamente, dunque, senza scatenare le ire dei vari signorotti, gli unici che potevano lasciare la terra per una missione religiosa “autonoma” erano proprio quelli che non avevano ancora compiuto i 14 anni. Chi aveva giurato fedeltà non poteva farlo senza mettere seriamente nei guai la sua famiglia (e se sopravviveva, non poteva tornare impunemente a casa). Bambini ai nostri occhi, mezzi adulti per chi li vedeva 8 secoli fa. Doppiamente “pueri” e soprattutto… bocche in meno da sfamare.
Dunque Raedts potrebbe aver inquadrato una parte del fenomeno nella giusta ottica e – al tempo stesso – se una persona occidentale del 2026 potesse usare il cronovisore per guardare la folla di aderenti alla crociata dei pueri, vedrebbe molto probabilmente solo un’adunata di bambini.

Un’ipotesi spinta
Lo scenario che i sopravvissuti agli stenti del viaggio siano finiti venduti come schiavi è molto plausibile.
Non si può neanche escludere che tutta l’operazione sia stata una manipolazione organizzata proprio dai mercanti per avere schiavi gratis direttamente alle navi, nel porto di partenza e senza correre alcun rischio.
Razziare schiavi nei villaggi comportava l’uso di mercenari, rischi di incorrere nelle forze difensive del feudatario (rapire un suo contadino era un crimine contro il nobile che lo possedeva), un trasporto in cui difendere il bottino, evitare inseguimenti, scongiurare fughe e suicidi. Operazione perigliosa e costosa. Pagare qualche sobillatore per radunare le prede – ragazzini senza vincoli di fedeltà (quindi nulli sul piano dell’appartenenza a un nobile) e farle giungere alle navi di loro spontanea volontà, autosostentati e sotto un vessillo di missione religiosa, sarebbe stato meno costoso e con zero rischi legali. Un piano geniale nella sua crudeltà.

L’unica certezza veramente onesta è che non sapremo mai cosa sia accaduto davvero.

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