Il Rabdo Team è un gruppo di ricerca indipendente focalizzato sull’archeologia non convenzionale, i misteri storici e la ricerca di civiltà perdute. Il nome deriva dal “Rabdomante Elettronico”, uno strumento tecnologico fondamentale per le loro indagini sul campo. Il team è stato fondato da ricercatori e scrittori esperti in tematiche legate a mondi scomparsi e storia “proibita”. Tra i principali esponenti figurano: Marco Zagni, ricercatore e scrittore, collaboratore di riviste come Nexus e Fenix; Loris Bagnara, autore e ricercatore; Diego Marin e Piercarlo Bormida, co-autori delle pubblicazioni del team.
Le loro ricerche sono esposte in una serie di saggi intitolata “Saga degli Antichi”. Se le loro scoperte fossero confermate, dovremmo riscrivere l’intera evoluzione della specie umana.
Il rabdomante elettronico
Il cuore metodologico del gruppo è lo strumento che dà loro il nome. Non si tratta di una bacchetta di legno, ma di un dispositivo elettronico (spesso associato a tecniche di georadar e rilevamento di campi elettromagnetici) che ritengono sia in grado di individuare anomalie di densità del terreno, vuoti, metalli o materiali dissimili dalla geologia del terreno e energie. In questo modo ha individuato tracce di fondamenta geometriche e camere sotterranee in luoghi dove la geologia ufficiale vede solo roccia naturale o dove l’archeologia ufficiale non è ancora giunta.
Il Rabdo Team attuale non ha inventato la propria metodologia dal nulla, ma porta avanti il lavoro iniziato negli anni ’60 dall’Ingegner Alessandro Porro.
Lo strumento originale fu ideato negli anni ’30 dal geologo Cesare Porro e successivamente perfezionato dal figlio Alessandro in una versione elettronica.
Il Diario Miniaci
Il “Diario Miniaci”: Le scoperte più scioccanti (come la civiltà eocenica) derivano dai resoconti segreti di Mario Miniaci, giornalista del Corriere della Sera che seguì le ricerche di Porro tra il 1963 e il 1974. Miniaci non era un ricercatore di misteri, ma un cronista che annotò con precisione giornalistica ciò che vedeva durante le spedizioni sul campo.
Il Diario Miniaci rappresenta il cuore documentale su cui si fondano le ricerche moderne del Rabdo Team. Si tratta di un resoconto cronistico e tecnico rimasto segreto per decenni, che documenta una serie di esplorazioni effettuate tra gli anni 1963 e 1974.
Descrive in dettaglio come l’apparecchio di Porro reagisse in presenza di strutture sepolte, indicando profondità, forme e materiali (spesso descritti come metalli sconosciuti o pietre lavorate con tecnologie non umane).
Il diario menziona siti in Italia e all’estero dove il gruppo avrebbe individuato ingressi a tunnel sotterranei e camere sigillate che risalirebbero a milioni di anni fa.
Miniaci annotò i contatti tra Porro e diverse autorità (comprese quelle militari e scientifiche dell’epoca), suggerendo che ci fosse un interesse istituzionale “sottotraccia” verso queste scoperte, poi svanito o messo a tacere.
Il diario è rimasto per anni nelle mani della famiglia Miniaci e in archivi privati, prima di essere affidato ai membri del Rabdo Team (Zagni, Marin, Bagnara e Bormida).
Il team ha utilizzato questi scritti come una vera e propria “mappa” per tornare sui luoghi descritti e verificare, con versioni moderne del Rabdomante Elettronico, se le anomalie fossero ancora presenti. Il Diario Miniaci è considerato la “pistola fumante” dal Rabdo Team: la prova che negli anni ’60 qualcuno avesse già trovato le tracce di una storia terrestre completamente diversa da quella che studiamo a scuola, ma che tali scoperte furono interrotte dalla morte dei protagonisti originali e da un certo “cover up”. Si dice che le ricerche di Porro negli anni ’60 fossero monitorate non solo da accademici, ma da apparati legati alla sicurezza nazionale (italiana e non), interessati alle capacità del Rabdomante Elettronico di individuare basi sotterranee o giacimenti strategici. Si accenna spesso al fatto che, durante le spedizioni originali di Porro, piccoli campioni di metallo o cristalli estratti dalle pareti vetrificate siano stati sequestrati da “enti non meglio identificati” poco prima della pubblicazione dei dati, lasciando a Miniaci solo la possibilità di descriverli nel diario senza poterli mostrare. Il “silenzio” seguito alla morte di Porro e Miniaci viene interpretato come una precisa scelta di secretazione dei dati geofisici sensibili raccolti.
Recenti approfondimenti di Diego Marin hanno portato alla luce scambi epistolari tra il gruppo originale di Porro e figure del mondo paranormale, come il conte Lorenzo Mancini Spinucci, suggerendo che le “scoperte” avessero risvolti legati alla parapsicologia e a fenomeni non spiegabili dalla fisica classica. Probabilmente il Rabdomante Elettronico funziona come un’amplificatore della ghiandola pineale dell’operatore: non leggerebbe solo segnali elettromagnetici passivi, ma interagirebbe con il campo bioenergetico umano per “sintonizzarsi” sulle frequenze della roccia.
Nel settembre 2025, Loris Bagnara, Piercarlo Bormida e Diego Marin hanno pubblicato il secondo volume di Alla Ricerca degli Antichi: Sulle tracce di una civiltà dimenticata dal tempo. Quest’ultima opera rappresenta il quarto capitolo della serie dedicata alla Civiltà Eocenica, integrando le teorie originali di Porro con studi scientifici non convenzionali e nuove ricerche sul campo condotte dal team attuale, che include anche Stefania Marin. Quest’ultima ha aggiunto studi più orientati alla biologia molecolare, nello specifico la ricerca di “scarti genetici” nel DNA umano che potrebbero confermare l’intervento di bioingegneria eocenica, cercando di mappare ciò che la scienza chiama “DNA spazzatura” come possibile archivio dati lasciato dagli Antichi.
Il lavoro del team è stato presentato ufficialmente nell’ottobre 2025 al Convegno Internazionale di Storia Proibita in Piemonte, sottolineando l’importanza delle rilevazioni ottenute con il Rabdomante Elettronico.
La Civiltà Eocenica (50 milioni di anni fa)
Secondo gli appunti di Miniaci, le rilevazioni di Porro non intercettavano semplici rovine archeologiche standard, ma strutture integrate nella roccia madre a profondità geologiche impossibili per l’essere umano, suggerendo l’esistenza di una specie intelligente pre-ominide. Da qui nasce l’ipotesi della civiltà eocenica. Questa è la loro tesi più radicale, significativa e controversa.
Mentre l’archeologia ufficiale fa risalire le prime civiltà a circa 5.000-10.000 anni fa, il Rabdo Team, a seguito dell’identificazione strumentale di manufatti e strutture risalenti ad epoche remote, ipotizza che esseri intelligenti (non necessariamente Homo sapiens) abbiano costruito città e macchine milioni di anni prima della comparsa dell’uomo, e che i resti di queste città siano oggi scambiati per formazioni rocciose naturali a causa dei millenni di erosione e sedimentazione.
OOPArt e metallurgia antidiluviana
Uno dei pilastri delle loro ricerche è l’analisi di oggetti fuori dal tempo (OOPArt). Il team ha analizzato casi di impronte fossili che sembrano mostrare la suola di una scarpa con tanto di cuciture, trovate in strati geologici risalenti a centinaia di milioni di anni fa, ritenendole prove fisiche che qualcuno camminasse sulla Terra quando, secondo la scienza, esistevano solo anfibi e insetti giganti. Si sono occupati a fondo del cosiddetto Cuneo di Aiud, un blocco di alluminio trovato in Romania in uno strato geologico risalente a circa 20.000 anni fa (o molto più antico secondo alcune stime). Poiché l’alluminio metallico non esiste in natura e la tecnologia per produrlo è stata sviluppata solo nel XIX secolo, il team lo considera una prova fisica di una metallurgia antica avanzata. Sostengono inoltre di aver individuato tracce di lavorazioni termiche su metalli antichi che richiederebbero temperature raggiungibili solo con forni industriali moderni o al plasma, suggerendo l’uso di strumenti di taglio a energia (laser o simili) in epoca remota.
La roccia intelligente e la paleo-idraulica
Il team spesso suggerisce che ciò che noi consideriamo geologia naturale sia in realtà “materia programmata” o geopolimeri avanzatissimi. Non si tratta solo di aver tagliato la pietra, ma di averla creata o fusa (vetrificazione). Questo spiegherebbe perché il Rabdomante Elettronico segnali “strutture” dove l’occhio nudo vede solo pareti rocciose: la firma chimica o magnetica della pietra “artificiale” sarebbe diversa da quella naturale. Nel taglio dei blocchi megalitici e nel loro posizionamento, gli Antichi avrebbero impiegato anche tecnologia “sonora”, usando specifiche frequenze per ottenere la levitazione o l’attivazione delle mura-tecnologiche.
Il team ipotizza che gli Antichi usassero l’acqua non solo per scopi civili, ma come conduttore elettrolitico all’interno delle loro strutture-macchina, trasformando intere vallate in circuiti integrati.
Il network globale
Marco Zagni ha dedicato anni allo studio della leggenda di Akakor (la città sotterranea descritta da Karl Brugger nel libro La Cronaca di Akakor). Il team ha cercato di separare il mito dalla realtà, analizzando le testimonianze del capo indigeno Tatunca Nara. Sebbene la figura di quest’ultimo sia controversa, il Rabdo Team sostiene che le descrizioni di piramidi e tunnel nel Mato Grosso corrispondano a strutture reali che l’archeologia ufficiale non ha ancora catalogato. Il team ha analizzato i siti di Puma Punku e Tiahuanaco in Bolivia. Sostengono che i blocchi di andesite a forma di “H”, lavorati con una precisione che suggerisce l’uso di macchine utensili o stampi (geopolimeri), non siano opera delle culture pre-incaiche locali, ma residui di una civiltà molto più antica che possedeva conoscenze di fisica e ingegneria superiori alle nostre. Hanno indagato su strutture che presentano tecniche di lavorazione della pietra estremamente avanzate, simili a quelle trovate a Tiahuanaco o Sacsayhuamán, ipotizzando che facciano parte di un network globale di una civiltà perduta.
Il Rabdo Team propone l’esistenza di una connessione energetica e architettonica tra le piramidi d’Egitto, quelle del Centro America e le strutture megalitiche europee. Sostengono che queste strutture fossero parte di una griglia globale utilizzata per scopi non ancora del tutto chiari (forse produzione di energia o comunicazione), costruita prima dell’ultima glaciazione.
Le piramidi sarebbero dunque elementi di una macchina planetaria, forse in grado di sfruttare le vibrazioni della Terra (frequenze di Schumann) per trasmettere energia wireless (simile alla teoria della Giza Power Plant di Christopher Dunn).
Una delle loro teorie più spinte riguarda l’esistenza di un sistema di tunnel sotterranei che collegherebbe vari continenti (una sorta di “metropolitana” degli Antichi). Attraverso il rabdomante elettronico, affermano di aver trovato prove di condotti perfettamente circolari e vetrificati (come se la roccia fosse stata fusa per scavare) che corrono sotto l’oceano o le catene montuose, collegando una serie di città sotterranee e servendo come rifugi globali durante grandi catastrofi solari o impatti di asteroidi. La caratteristica incredibile è che le pareti di questi tunnel non mostrano segni di scavo meccanico (come frese o picconi), ma appaiono vetrificate. Sarebbero stati realizzati utilizzando macchine a emissione termica (forse laser o plasma ad altissima temperatura) capaci di fondere la roccia istantaneamente, creando una superficie liscia, impermeabile e indistruttibile. Sembra che molti ingressi di questi tunnel siano stati sigillati o siano monitorati militarmente.
La psicotronica
Il legame con la parapsicologia suggerisce che la tecnologia degli Antichi non fosse basata solo sulla meccanica, ma sulla psicotronica (interazione tra mente e macchina). Il Rabdomante Elettronico, in quest’ottica, non sarebbe solo un sensore fisico, ma uno strumento capace di interfacciarsi con la “memoria” del luogo (psicometria ambientale).
La scrittura
Il team ipotizza che i simboli trovati in siti arcaici (come le incisioni della Valcamonica o certi segni astratti sulle mura poligonali) non siano lettere, ma diagrammi di flusso o frequenze sonore rese graficamente. Un simbolo non serviva per essere “letto” a voce, ma per essere “vibrato”. Sarebbe una forma di scrittura ideografica dove la forma stessa del segno emette o canalizza un’energia specifica, legata alla tecnologia psicotronica. Anche la forma e l’allineamento delle strutture sarebbero di per sé messaggi codificati e quindi “scrittura” in senso più ampio. Recentemente hanno sviluppato l’ipotesi che la vera scrittura della civiltà eocenica sia codificata nel DNA umano. Il cosiddetto “DNA spazzatura” sarebbe in realtà un immenso archivio dati digitalizzato in formato biologico, in attesa di essere decriptato da una civiltà (la nostra) che abbia raggiunto un livello tecnologico sufficiente. Esiste anche una speculazione sul fatto che alcune radici linguistiche “impossibili” (termini che non sembrano appartenere a nessun ceppo noto o che compaiono identici in continenti diversi) siano i resti di una lingua madre primordiale, progettata per interagire con la materia.
L’Origine Artificiale della Luna
In alcuni interventi e riflessioni legate alla “Saga degli Antichi”, viene esplorata l’ipotesi che la Luna sia un corpo cavo o artificiale, posizionato da questa civiltà superiore per stabilizzare l’asse terrestre e permettere la vita, agendo come una sorta di “osservatorio” eterno.
Manipolazione genetica antica
Il team ipotizza che l’improvviso salto evolutivo dell’uomo non sia naturale, ma il frutto di un intervento di bioingegneria effettuato da questi “Antichi” (o esseri ad essi collegati) per creare una classe di lavoratori o servitori, teoria che collegano ai miti sumeri degli Anunnaki.
In Italia
L’italia, secondo il Team, è uno dei luoghi con la più alta densità di strutture eoceniche, cosa che induce a supporre una sua specificità nel grande meccanismo planetario. Una parte della tecnologia antica – quella più “sonica” – avrebbe lasciato residui proprio in fonemi o radici della nostra lingua e dei dialetti più antichi, brandelli di frequenze che servivano per attivare la tecnologia eocenica. Le ricerche del Rabdo Team in Italia si sono concentrate principalmente lungo le Lay Lines, andando a studiare i siti megalitici e le strutture preistoriche con allineamenti geomantici significativi, cercando prove di una tecnologia avanzata ancestrale. Ipotesi suggerita anche dalle ricorrenze iconografiche. Hanno quindi esaminato varie mura ciclopiche o poligonali nel Lazio e in Toscana, soprattutto dove i blocchi di pietra sono incastrati con precisione millimetrica e senza l’uso di malta, come ad Alatri, Arpino, Ferentino, Segni e Amelia.
Ipotizzano che queste mura non sono state costruite da popolazioni italiche locali con strumenti rudimentali, ma sono i resti di una rete difensiva o energetica molto più antica, forse legata a una civiltà globale pre-diluviana e sostengono che sotto queste mura esistano tunnel e cavità non ancora esplorati. Le pietre, inoltre, non sarebbero solo incastrate, ma disposte secondo schemi che riproducono costellazioni o circuiti elettronici su scala macroscopica. Sostengono che, se “attivate” con determinate frequenze sonore o magnetiche, queste strutture potrebbero fungere da trasmettitori di energia o portali di comunicazione.
Hanno indagato anche Bomarzo, Norchia, Castel d’Asso e la cosiddetta “Piramide Etrusca” (un enorme altare scavato nella roccia), ipotizzando per quest’ultimo una funzione tecnica di canalizzazione di energie telluriche o acque in modi specifici, indicando una conoscenza della “geomanzia” ormai perduta.
In Sardegna il team ha analizzato i giganti di Mont’e Prama, a Cabras, nel Sinis. l team si concentra sull’estetica “robotica” delle statue (gli occhi a doppio cerchio perfetto). Ipotizzano che queste rappresentino guerrieri di una casta superiore o esseri tecnologicamente avanzati legati a Shardana e alla mitologia di Atlantide, vedendo nei modelli di fusione dei bronzetti sardi tracce di una metallurgia che va oltre le capacità attribuite all’Età del Ferro.
Il team ha indagato sulle leggende di una “città sotterranea” all’interno del promontorio marchigiano del Monte del Conero. attraverso i loro strumenti, hanno cercato prove di un’estesa rete di tunnel artificiali che collegherebbero il monte alla costa. Secondo le loro tesi, queste grotte non sono solo magazzini medievali o luoghi di culto, ma parte di un antico sistema di rifugi anti-cataclisma risalenti a migliaia di anni prima della datazione ufficiale.
Hanno esplorato anche il complesso di Valcamonica, in Lombardia, rileggendo il sito e le incisioni rupestri in chiave paleoastronautica. Analizzando figure come i celebri “astronauti” (esseri con elmi radianti), il team sostiene che non siano rappresentazioni sciamaniche, ma cronache visive di contatti con esseri avanzati o la memoria di tecnologie antiche (tute, strumenti di volo) che i camuni avrebbero visto e inciso sulla roccia.
Antichi dormienti
Negli appunti di Mario Miniaci si fa riferimento a camere sotterranee sigillate individuate tramite il Rabdomante Elettronico. In alcune aree tra le Prealpi e la Pianura Padana, lo strumento avrebbe segnalato non solo vuoti geometrici (stanze), ma “firme energetiche” che non sembravano appartenere a materia inanimata. Il team ipotizza che queste camere non siano tombe, ma vere e proprie capsule di stasi. Gli “Antichi” avrebbero utilizzato una tecnologia criogenica o di rallentamento temporale per sopravvivere ai cataclismi che hanno segnato la fine della loro era (quella eocenica), rimanendo in uno stato di animazione sospesa per milioni di anni. Alessandro Porro sosteneva che il suo strumento captasse le “neutroonde”, tracce energetiche eterne. In certi punti profondi del sottosuolo, il segnale ricevuto non era statico (come quello di un metallo), ma presentava una sorta di “pulsazione”. Questo ha portato il team a teorizzare che all’interno di quelle strutture vetrificate ci sia ancora qualcosa di biologicamente attivo, seppur silente. Marco Zagni, approfondendo la cronaca di Akakor in Sud America, menziona spesso il racconto di Tatunca Nara riguardo a “esseri che dormono” in palazzi di pietra sotto la giungla. Il Rabdo Team vede una correlazione tra questi racconti amazzonici e le rilevazioni fatte in Italia: una rete globale di rifugi progettati per preservare l’élite di quella civiltà in attesa di un momento favorevole per il “risveglio”. Esistono riferimenti (spesso ai confini con la parapsicologia studiata da Marin e Mancini Spinucci) a ritrovamenti di esseri di statura superiore alla norma trovati in sarcofagi di cristallo o pietra durante scavi segreti negli anni ’60. Secondo la narrativa del team, ogni volta che una di queste camere è stata violata o individuata con precisione, sono intervenuti “enti superiori” per secretare l’area e rimuovere i corpi, lasciando ai ricercatori solo i tracciati del rabdomante come prova. Il titolo stesso di uno dei loro libri, Il Risveglio degli Antichi, suggerisce che questo stato di stasi potrebbe non essere eterno e che, per cause naturali (cambiamenti magnetici terrestri) o artificiali, questi esseri potrebbero essere destinati a tornare attivi. Durante le prospezioni originali di Alessandro Porro, lo strumento segnalò un’anomalia perfetta in una zona montuosa della Lombardia. Si racconta che Porro e il suo team riuscirono a individuare un varco. Entrati in una camera ipogea dalle pareti lisce e vetrificate, trovarono quelli che Miniaci descrisse come “contenitori” o sarcofagi trasparenti. Prima che potessero documentare tutto ufficialmente, l’area fu interdetta. Il Diario Miniaci suggerisce che “enti non identificati” (spesso associati a reparti speciali o servizi segreti) presero il controllo del sito, svuotandolo di ogni reperto bio-tecnologico. Sebbene il Conero sia considerato un sito ancora ricco di segreti, il team menziona che alcuni ingressi secondari della “città sotterranea” sono stati violati accidentalmente durante lavori di scavo o crolli naturali. Si parla di tunnel perfettamente circolari scoperti e immediatamente richiusi con colate di cemento o occultati dietro muri moderni. In una di queste violazioni “minori”, sarebbero stati recuperati frammenti di metallo purissimo e cristalli con proprietà ottiche anomale, finiti poi nelle collezioni private che Diego Marin ha cercato di tracciare attraverso i carteggi di Mancini Spinucci.
Le zone in cui il Team sospetta si trovino camere di stasi eoceniche ancora inviolate sono il Monte Conero nelle Marche, la zona di Capo di Ponte in Valcamonica, nel triangolo incluso fra Bomarzo, Norchia e Castel d’Asso, in Sardegna, non solo nel Mont’e Prama, ma al di sotto di alcuni nuraghi specifici. Le camere di stasi inviolate avrebbero una doppia protezione: tecnologica, tale da renderle irrilevabili rispetto alla roccia naturale e fisica, da parte degli apparti di sicurezza internazionali. Per quanto riguarda una specifica area sotto l’acropoli di Alatri, il team ipotizza che vi sia una camera principale di stasi violata già in antichità, ma che i livelli più profondi siano stati “risigillati” con la tecnologia della vetrificazione. In Sud America Tatunca Nara parlò esplicitamente a Zagni di spedizioni (anche di soldati tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale) che entrarono nelle città sotterranee. Gli occupanti di Akakor avrebbero permesso l’accesso a determinate aree, ma molte delle camere di stasi sarebbero state distrutte o rimosse quando il segreto rischiò di diventare pubblico, lasciando oggi solo tunnel vuoti e rovine sommerse dalla giungla. L’argomento dei dormienti è stato trattato su Nexus New Times n. 172
La tesi finale di questo gruppo di ricerca è che l’umanità non sia figlia di un progresso lineare, ma di un ciclo di ascesa e caduta, dove civiltà “eoceniche” hanno raggiunto vette tecnologiche per poi scomparire, lasciando tracce solo nel mito (come Atlantide o Lemuria) e in manufatti sparsi, in gran parte ipogei, che noi oggi chiamiamo rocce. Il mondo sarebbe una struttura sostanzialmente cava e interconnessa a causa dei resti di questa tecnologia globale di milioni di anni fa.
Ad analoghe conclusioni si giunge nell’ipotesi in cui il caso “Pietre di Ica” sia autentico.
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Fortemente connesso con i risultati di queste straordinarie indagini di confine è il romanzo di Marco Manassero “Spazio Perduto” – Le cronache degli antichi, Nexus Edizioni, 2025.


