In crisi il mito dell’indice di massa corporea

La scienza conferma il buonsenso (finalmente): l’indice di massa corporea, da solo, non è affidabile.

Chiunque abbia mai fatto la spesa per cucinare sa che 1 kg di muscolo ha un volume nettamente inferiore a 1 kg di lardo. Perché i muscoli pesano più del grasso. Chiunque sia uno sportivo a livello più che amatoriale sa benissimo che quando si è in pieno allenamento, si aumenta di peso, ed entra in gioco anche la maggiore o minore ritenzione idrica. Dunque il buonsenso già ci diceva che a stabilire se siamo o meno “in forma” non è solo il peso. Ciò nonostante, per decenni, l’indice di massa corporea, che è un mero rapporto matematico tra altezza e peso, determinava l’etichetta di “peso forma”, “sovrappeso” oppure “obesità”.
L’Indice di Massa Corporea era insomma diventato il linguaggio universale della medicina.
Una recente e massiccia ricerca condotta dall’Università di Verona ha finalmente riallineato la scienza con il buonsenso, rilevando che questo indicatore non è poi così affidabile e fornisce una lettura distorta della realtà biologica per oltre un terzo della popolazione.

Lo studio, coordinato dalla professoressa Chiara Milanese e recentemente pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nutrients, ha preso in esame un campione vastissimo di oltre 1.300 adulti del Nord Italia, coprendo un arco anagrafico che va dai 18 fino ai 98 anni. Il cuore del problema, emerso con forza dai laboratori del Dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Scienze del Movimento, risiede nel fatto che la bilancia non è in grado di vedere cosa c’è sotto la pelle. Per superare questo limite, i ricercatori hanno messo a confronto il classico calcolo dell’indice di massa corporea con la tecnologia DXA, una scansione a raggi X ad altissima precisione che agisce come una sorta di radiografia della composizione corporea.

La DXA è capace di separare nettamente il peso dello scheletro da quello dei muscoli e del tessuto adiposo.
I risultati di questo confronto sono stati spiazzanti: il 34% di coloro che l’indice tradizionale definiva “obesi” è stata declassata a “sovrappeso”. Il dato più clamoroso riguarda un buon 75% di persone etichettate erroneamente come “sovrappeso” che sono risultate avere un peso e una composizione corporea del tutto normali.

La spiegazione è abbastanza semplice: l’indice di massa corporea ignora completamente la densità ossea e la massa muscolare, fattori che pesano molto sulla bilancia ma che hanno un impatto opposto sulla salute rispetto al grasso. Un atleta, una persona con una struttura scheletrica importante o chiunque pratichi attività fisica con costanza rischia di essere “punito” da un calcolo che vede solo il peso totale.

Le implicazioni di questa scoperta non riguardano solo la frustrazione di chi si vede assegnare un’etichetta clinica ingiusta, ma toccano la gestione stessa della salute pubblica. Basarsi esclusivamente su questo parametro significa gonfiare artificialmente le statistiche sulle malattie metaboliche, portando potenzialmente a prescrizioni mediche o interventi dietetici non necessari per milioni di persone.
La conclusione degli accademici veronesi è un invito alla cautela prima di emettere un verdetto sulla salute di un individuo: smettere di guardare solo il numero sulla bilancia e iniziare a considerare da cosa tale peso è determinato.

Fonte: The WHO BMI System Misclassifies Weight Status in Adults from the General Population in North Italy: A DXA-Based Assessment Study (18–98 Years) 

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