La vicenda di Acámbaro non è solo una disputa archeologica, ma rappresenta uno dei più grandi “cold case” della storia moderna, un mistero archeologico ancora aperto.
Tutto ebbe inizio nel 1944, quando Waldemar Julsrud, un immigrato tedesco e commerciante di ferramenta con una profonda passione per l’archeologia dilettantistica, stava cavalcando ai piedi della montagna El Toro, presso la cittadina messicana di Acámbaro, nello stato del Guanajuato. Acámbaro, fondata ufficialmente dai Francescani nel 1526, è nota per essere stata uno dei centri principali della cultura Chupícuaro, una delle civiltà mesoamericane più antiche e influenti per quanto riguarda la produzione di ceramiche e la vita agricola. Prima dell’arrivo degli spagnoli era una zona di frontiera tra l’impero Tarasco (Purepecha) e le tribù Chichimeca.

Mentre era intento in una rilassante passeggiata, Julsrud notò casualmente dei frammenti di ceramica che le abbondanti precipitazioni di quei giorni avevano fatto affiorare dal terreno. Incuriosito, Julsrud radunò un’apposita squadra e ingaggiò un contadino locale, Odilon Tinajero, per disseppellire le rimanenti statuette, pagando lui e i suoi assistenti per ciascun pezzo trovato.
Di lì a poco si trovò letteralmente sommerso dai più straordinari manufatti mai visti: tra il 1944 e il 1952, furono riportate alla luce oltre 33.500 statuette. Grande fu lo stupore nel constatare che i reperti ritraevano uomini di varie etnie – europei, eschimesi, caucasici barbuti – ma, anche e soprattutto, creature mostruose ed inesplicabili, che, in alcuni casi, erano intente a divorare gli uomini. Un cospicuo numero ritreva essere che ricordavano in maniera inquietante nientemeno che dinosauri in miniatura, talvolta cavalcati da esseri umani o persino allattati da donne.
Ben presto il mondo scientifico si interessò ai ritrovamenti, ma quanto appariva dinanzi agli occhi dei ricercatori era a dir poco sorprendente. Nel 1954 l’Instituto Nacional de Antropología e Historia (INAH) incaricò quattro studiosi, guidati dal dottor Eduardo Noguera, di vagliare i reperti. In un primo momento, dopo aver esaminato l’area e i manufatti, gli esperti si espressero a favore della loro autenticità. Tuttavia, poiché secondo la scienza ortodossa i dinosauri si erano estinti milioni di anni prima della comparsa dell’uomo, un qualsiasi contatto tra le due specie era considerato “impossibile”.
Per zittire chi sosteneva che le statuette fossero falsi recenti, nel 1955 giunse sul posto lo studioso statunitense Charles H. Hapgood. Egli ottenne il permesso di scavare un po’ ovunque, incluso l’interno della casa del capo della Polizia di Acámbaro, edificata nel 1930 – ben 14 anni prima che Julsrud iniziasse i suoi scavi e che, dunque, si sollevasse il polverone mediatico. Il rinvenimento di numerosi reperti sotto le fondamenta intatte della casa confermò che – almeno quegli oggetti specifici – non potevano essere dei falsi, sepolti dai contadini, per ricevere il compenso Julsrud.
Nel 1968, Hapgood inviò alcuni campioni contenenti materiale organico al Teledyne Isotopes Laboratories del New Jersey, che tramite il radiocarbonio 14 datò i reperti intorno al 3.000 a.C.. Alle medesime conclusioni giunse il Museum Applied Science Center for Archaeology (MASCA) della Pennsylvania. Il dottor Mark Han, per non correre rischi, eseguì ben 18 misurazioni per ogni campione tramite la termoluminescenza, ottenendo sempre lo stesso risultato: i reperti erano autentici e risalivano a circa il 3.000 a.C..
Tuttavia, nel momento in cui gli scienziati vennero a conoscenza che i materiali analizzati appartenevano a statuette che raffiguravano dinosauri, molti iniziarono a ritrattare, affermando che i risultati non potevano essere attendibili.
Come spesso accade, quando una scoperta va a cozzare con lo standard scientifico accettato, la scienza ufficiale preferisce fare un passo indietro, sminuire o addirittura occultare, trincerandosi dietro “muri concettuali” che lasciano il tempo che trovano, come l’assenza di precedenti e l’assenza di similitudini. Il ragionamento, quando viene trovato qualcosa di anomalo, è più o meno questo: se il nuovo contrasta con quanto sappiamo essere vero, allora non può essere vero. Quando un vero approccio scientifico dovrebbe invece seguire un’altra linea di pensiero: se il nuovo contrasta con quanto sappiamo essere vero, o non è vero il nuovo oppure quello che pensiamo di sapere è incompleto. Fondamentalmente, la maggior parte di quanto pensiamo di sapere più indietro di 2000 anni fa, è costituito da congetture elaborate intorno a frammenti.
Dopo la morte di Julsrud nel 1964, la collezione di 33.500 pezzi rischiò di andare perduta. Oggi è ospitata nel Museo Waldemar Julsrud ad Acámbaro. Il museo è una tappa fissa per i sostenitori degli OOPArt (Out of Place Artifacts), ovvero oggetti “fuori posto” nel tempo.
Il caso di Acámbaro richiama inevitabilmente quello delle Pietre di Ica in Perù. Anche in quel caso, migliaia di pietre incise con scene “anacronistiche” furono liquidate come falsi basandosi sul presupposto che, se un reperto contraddice la teoria evoluzionistica, deve essere necessariamente falso. Anche per le Pietre di Ica, furono le ammissioni dei contadini a “pesare” in modo particolare sull’ipotesi del falso. Si dimentica con troppa facilità, però, quello che i giornalisti conoscono molto bene. Il reato che si configura per scavare e vendere reperti autentici è ben più grave di quello che si delinea se si diffondono statuette false…
I critici sottolineano che nei reperti esaminati non vi è erosione superficiale e che molti dinosauri ricalcano l’iconografia cinematografica degli anni ’40, comprensiva di errori anatomici di interpretazione dei fossili, poi corretti dalla scienza successivamente. L’archeologo Charles C. Di Peso, in particolare, concentrò la sua analisi sulle zone di scavo, ritenendone alterata la stratigrafia e sulle superfici di frattura dei reperti non integri, che non presentavano segni di smussamento e quindi suggerivano una rottura recente.
Tuttavia, resta il fatto che non tutte le 33.500 statuette sono state analizzate singolarmente. Liquidare l’intera collezione sulla base di una campionatura ridotta o di indagini condotte con l’intento di confermare un sospetto di frode è un approccio quantomeno parziale.
Oltre a Odilon Tinajero, le cronache citano spesso un altro fornitore: Francisco Moctezuma. Egli ammise – in seguito – che la sua famiglia aveva prodotto molte statuette.
Alcuni dei reperti esaminati avevano una finitura quasi lucida e presentavano impronte digitali molto nitide, non compatibili con oggetti rimasti nel terreno per migliaia di anni.
Eppure, permangono interrogativi insidiosi:
Assenza di profitto: Julsrud non vendette mai le statuette, anzi investì i propri risparmi per salvarle. Perché architettare una truffa tanto complessa e costosa?
Mancanza di mezzi: Nella zona non c’era tradizione di manifattura ceramica. Come avrebbero potuto i contadini realizzare 33.000 pezzi unici, senza strumenti adatti e senza mai essere scoperti durante la produzione?
Il sito di Chupícuaro: A soli 7 km sono state trovate statuette simili e integre in contesti ufficiali. Nessuno ne mette in discussione l’autenticità perché sono “innocue”, ovvero non mostrano dinosauri.
L’intero mondo scientifico, anziché interrogarsi su come una civiltà sconosciuta abbia potuto ritrarre così fedelmente animali ritenuti estinti da ere geologiche, ha preferito evitare l’argomento perché “troppo imbarazzante”.
Finché non si accetterà di esaminare con mente aperta l’intera collezione (e non solo pochi campioni scelti), Acámbaro rimarrà un monito.
Come disse Socrate: “L’uomo veramente colto è quello che si rende consapevole di essere comunque ignorante”.






