«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!»
– Purgatorio, canto VI, vv. 76-78
Il declino di un genio: come l’Italia ha scambiato la sua storia per un posto in seconda fila
C’è un’immagine che, più di altre, racconta il paradosso italiano. Non è una foto di reperti romani o rinascimentali. È lo sguardo perso di un tifoso, la sera del 31 marzo 2026, quando l’Italia – per la terza volta consecutiva – ha mancato l’appuntamento con il Mondiale di calcio.
Per un Paese che ha fatto del calcio – nel bene e nel male – uno degli ultimi collanti identitari, è una frattura generazionale. L’Italia che aveva vinto quattro Mondiali, rappresentando nel mondo l’idea di un genio tattico capace di soffrire e vincere, non esiste più.
E rispecchia il quadro generale di come vanno le cose di casa nostra. La politica continua a litigare, la corruzione a mangiare risorse, l’analfabetismo funzionale a crescere.
Per secoli, il mondo ha guardato al nostro modo di legiferare. Il diritto romano è la spina dorsale dell’Occidente. Eppure, la politica italiana contemporanea ha perso quella vocazione universale per trasformarsi in una gigantesca macchina di consenso clientelare.
La corruzione non è più l’eccezione, ma il sospetto costante. Il cittadino non si sente più rappresentato da “uomini di Stato”, ma soggiogato da faccendieri intenti a spartire rendite.
In questo deserto, figure come Enrico Mattei – che tentò di rendere l’Italia energeticamente indipendente sfidando le sette sorelle del petrolio – e Aldo Moro, che pagò con la vita il tentativo di allargare le maglie della democrazia, appaiono come giganti in un mondo di nani. Moro resta il martire di una politica che voleva migliorare il Paese, ucciso nel momento in cui cercava di salvarlo da derive spartitorie. E Bettino Craxi, qualunque sia il giudizio morale sulla sua parabola, rimane simbolo di un passaggio epocale: lo scontro tra una sovranità nazionale che tentava di resistere e un’egemonia mediatica e politica che ne decretò la fine, lasciando un vuoto di leadership mai più colmato.
In Italia sono nati Leonardo, Michelangelo, Machiavelli, Bruno. Oggi l’analfabetismo funzionale è un fenomeno di massa, conseguenza di decenni di investimenti insufficienti nella scuola, di un adeguamento a standard di istruzione che non ci appartengono (e non sono migliorativi) e di una comunicazione politica ridotta a slogan.
E così la patria del Rinascimento viene spinta sempre più in basso.
Nel gennaio 2021, mentre in Italia si consumava una crisi di governo, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, che era a Riad, ospite del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dichiarò: “Credo che l’Arabia Saudita possa essere il luogo per un nuovo Rinascimento1”. Al di là del fatto che il regime in questione non fosse proprio il massimo in materia di tutela dei diritti umani e che il dichiarante percepiva denaro dalla fondazione saudita organizzatrice dell’evento, la frase è emblematica dell’eradicazione programmata della nostra identità e della subsidenza delle nostre eccellenze, forgiate in duemila anni di storia. Due elementi che non piacciono al sistema.
Ed ecco che il brand Italia – cibo, moda, design – è stato progressivamente copiato, svilito, svenduto e strappato di mano a chi lo aveva costruito.
Oggi la maggior parte dei grandi marchi italiani della Moda non è più italiana. Gucci è olandese (Kering), Prada ha il primo azionista in Lussemburgo, Versace è statunitense (Capri Holdings), Valentino è controllato da un fondo del Qatar, Loro Piana è francese (LVMH). Il valore rimane in Italia solo come manodopera e indotto. La proprietà intellettuale, le decisioni strategiche, i profitti vanno altrove. Siamo diventati terzisti di lusso per conto terzi.
Il cibo, nostra eccellenza indiscussa, vittima dell’Italian sounding – prodotti che imitano l’Italia con nomi, colori e bandiere tricolori, ma italiani non sono – vale a livello globale oltre 120 miliardi di euro l’anno, quasi il doppio dell’export reale del made in Italy agroalimentare. Decine di milioni di consumatori nel mondo credono di comprare parmigiano reggiano o prosciutto di Parma, ma acquistano imitazioni locali. La nostra diplomazia commerciale ha sistematicamente perso questa battaglia.
I distretti industriali, un tempo cuore pulsante della manifattura italiana, sono in sofferenza. Concorrenza sleale, mancanza di ricambio generazionale, burocrazia asfissiante e infrastrutture inadeguate stanno trasformando eccellenze mondiali in realtà in crisi. L’occhialeria del Bellunese produce il 70% degli occhiali del lusso mondiale, ma molti marchi sono già in mano a gruppi francesi.
Il brand Italia ha smesso di essere una garanzia di qualità autentica. È diventato un’etichetta estetica, un’immagine applicabile anche a prodotti che italiani non sono.
Sul piano sanitario, l’Italia è stata a lungo un modello mondiale: Servizio Sanitario Nazionale universalistico, finanziato dalla fiscalità generale, equo nell’accesso. Oggi, quel modello è stato smantellato pezzo dopo pezzo. Non per assenza di politica, ma per una pianificazione precisa.
Il punto di svolta è il Decreto Legislativo 229 del 1999, voluto dall’allora ministro della Sanità Rosy Bindi. Quella che venne presentata come una “riforma della riforma” è stata, per molti critici, l’atto di nascita della privatizzazione strisciante del SSN e del definanziamento cronico: la spesa sanitaria pubblica è scesa dal 6,70% del Pil nel 2014 al 6,30% nel 2024, contro una media europea vicina al 10%. Le riforme Bindi hanno reso possibile la sostituzione del diritto con la possibilità, della fiscalità generale con il ticket, della solidarietà con il mercato, l’annullamento dei medici di base, una sanità sempre più privatizzata, a due velocità, lontana dal principio universalistico dell’articolo 32 della Costituzione.
In questo vuoto di sovranità sanitaria e nazionale, l’Italia – per la sua tradizione clinica e la capillarità del suo territorio – è diventata il campo di prova privilegiato per le multinazionali del farmaco, che sperimentano ciò che vogliono. Allo stesso modo in cui le scelte dettate dalle logiche USA o Europee ci hanno mandato e continuano a mandarci contro gli interessi nazionali (esempio: distruggere i legami con paesi in grado di fornirci gas, energia e scambi commerciali vantaggiosi).
E poi c’è il patrimonio architettonico e ambientale. La maggior parte è stata svenduta – caserme, ospedali storici, palazzi pubblici, conventi, teatri – finita in mani private spesso per una frazione del loro valore reale, quando non direttamente regalata. Quello che resta – e non è poco – giace nell’incuria più totale. Siti archeologici chiusi, monumenti impaludati da impalcature ferme da anni, ville storiche trasformate in ruderi, aree naturali protette abbandonate. Non mancano leggi né fondi europei: manca la volontà, la competenza, la continuità amministrativa. Così, mentre il mondo ci invidia, noi lasciamo che il nostro patrimonio si sgretoli o finisca in mani straniere. Un’altra eccellenza che non sappiamo difendere, un’altra eredità che consumiamo senza ricostituire.
Il paese più bello del mondo sembra ormai un nobile decaduto che vive vendendo i mobili di famiglia: all’inizio incassa ancora buoni prezzi, ma quando l’ultimo armadio sarà venduto, cosa resterà? Solo nostalgia.
Oggi la scena politica appare come un branco di faccendieri, dove l’interesse nazionale è un optional e la fedeltà alle multinazionali o ai propri tornaconti personali è la regola non scritta.
Povera Italia. Un Paese che ha insegnato al mondo a governare, a creare ricchezza, a pensare la bellezza, e che oggi non riesce più a governare sé stesso. Forse dovremmo smettere di piangerci addosso e iniziare a chiederci: ma se siamo stati capaci di dare leggi al mondo e luce all’arte, perché oggi ci accontentiamo di essere sudditi degli interessi altrui?
La risposta, forse, è nella nostra stessa storia. L’Impero non cadde per colpa dei nemici esterni, ma per la corruzione interna, l’invasione da parte di una religione avulsa e per la perdita di virtù civica. Sembra una lezione che, duemila anni dopo, abbiamo ancora da imparare.
La redazione
Fonte: 1 origin-www.ilsole24ore.com/art/non-solo-crisi-governo-renzi-arabia-tesse-lodi-principe-bin-salman-ADe6fPGB


