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Il cittadino-bambino è il suddito perfetto

L’immaturità dilagante nella cultura popolare, lo sdoganamento dell’infantilizzazione, è un fenomeno complesso e una tecnologia di governo delle masse, perché non esiste suddito più perfetto del cittadino bambino.

Le strutture di potere (politiche e commerciali) hanno scoperto che è molto più facile governare attraverso le reazioni viscerali (paura, rabbia, euforia) che attraverso il consenso ragionato. Un bambino vede il mondo in bianco e nero ed è – per definizione – dipendente, oltre che deresponsabilizzato rispetto alle conseguenze delle sue azioni. La soluzione ai problemi è attesa da fuori (o da un colpo di fortuna), da qualcuno che agisce in sostituzione. La cultura popolare attuale, eliminando le sfumature grigie della morale adulta, educa il pubblico a ragionare per “fazioni”. Questo si traduce in una politica dove non si discute di programmi, ma si tifa per il proprio “eroe” contro il “cattivo” di turno. Normalizzando l’incapacità di decidere e assumersi le conseguenze delle proprie scelte, si sdogana anche la ricerca di soluzioni esterne, predisponendo all’acquisto della soluzione (l’applicazione che ordina il cibo, l’algoritmo che ti dice cosa guardare o cosa comprare). Apatia, stanchezza emotiva e perdita della capacità di scegliere e agire trasformano il cittadino in un passeggero passivo, predisposto e ben-disposto a lasciare che le scelte siano compiute da altri. L’algoritmo diventa il genitore digitale che toglie lo stress della scelta, il governo diventa il genitore politico, a cui delegare decisioni, responsabilità e colpe.

La cultura popolare non si limita più a descrivere l’immaturità e l’instabilità mentale; la celebra, la estetizza, la trasforma in una strategia di sopravvivenza emotiva, in un canone estetico e narrativo. In qualcosa da glorificare.

Quando parliamo di vari settori della “narrativa” non ci riferiamo soltanto ai libri, ma alla produzione televisiva, a quella cinematografica, al linguaggio mediatico di marketing e social, inclusi giornalismo e politica.

Nelle storie d’amore l’infantilismo si maschera spesso da “vulnerabilità”. Personaggi maschili con l’emotività di un adolescente irrisolto vengono presentati come “misteriosi”, “da salvare”, a cui perdonare tutto. La mancanza di comunicazione assertiva è usata come motore della trama. Spesso la protagonista femminile reagisce ai traumi con capricci, negazione o chiusure ermetiche, evitando il confronto adulto. Questo crea un legame parassitario con il lettore/utente, che si identifica non nella crescita, ma nella validazione del proprio ristagno emotivo.

Se negli anni ’90 i protagonisti di Friends cercavano di capire come essere adulti, oggi i protagonisti delle serie di successo rivendicano il diritto di non esserlo. Remake, reboot e citazionismo continuo bloccano il pubblico in un “eterno presente” infantile. Non consumiamo nuove storie, ma cerchiamo il conforto dei giocattoli della nostra infanzia. Da Fleabag a The Bear (pur con sfumature diverse), vediamo personaggi brillanti ma totalmente incapaci di gestire i bisogni primari della vita adulta (bollette, igiene, relazioni stabili), elevando il “caos personale” a tratto distintivo della personalità.

Nel thriller l’immaturità emotiva è l’ingranaggio principale della tensione. Spesso il protagonista è qualcuno che non ha mai sviluppato gli strumenti per processare la realtà in modo oggettivo. La distorsione dei fatti nasce da un egocentrismo infantile dove “il mondo accade a me” anziché “io agisco nel mondo”. Invece di una risoluzione psicologica, la trama tende a risolversi in un’esplosione di rabbia catartica, suggerendo che il crollo emotivo e l’impulsività irrazionale siano la risposta più “autentica” rispetto alla giustizia o alla maturità. Questo tende a renderti un cittadino che reagisce allo stimolo mediatico (il tweet, lo scandalo, la minaccia immediata) senza riuscire a pianificare sul lungo periodo.

Molti studi sulla “Triade Oscura” (narcisismo, machiavellismo, psicopatia) evidenziano come la narrativa moderna spesso normalizzi questi tratti presentandoli come “traumi non risolti”. Questo manipola l’empatia del fruitore, portandolo a giustificare comportamenti tossici sia nella finzione che nella realtà, inclusi quelli di leader politici. Le trame sono costruite per non dare mai una risoluzione “adulta” (che richiede pazienza e compromesso), ma per offrire picchi di dopamina attraverso colpi di scena assurdi o “grandi gesti” romantici infantili, creando un bisogno costante di nuovi contenuti simili.

Il citazionismo esasperato e i reboot servono a mantenere la mente in un loop rassicurante. Se il tuo immaginario è bloccato agli anni ’80 o ’90, non stai guardando al futuro. Una popolazione che resta ancorata ossessivamente agli anni della sua infanzia o adolescenza è una popolazione che non reclama nuovi diritti o nuovi modelli sociali.

La normalizzazione dell’immaturità non è solo un fenomeno di costume, ma un terreno studiato sia dalla psicologia sociale che dalle strategie di marketing e manipolazione del consenso. Quando una popolazione rimane in uno stato “infantile”, è più prevedibile, più dipendente e, soprattutto, più consumista.

In psicologia junghiana, il Puer Aeternus è l’individuo che rifiuta di crescere. Gli studi moderni (come quelli di James Hillman) suggeriscono che la cultura pop agisca come un “genitore sostitutivo”.

La società moderna ha eliminato i momenti di rottura che segnano l’ingresso nell’età adulta. Senza questi riti di passaggio, l’individuo cerca rifugio in narrazioni (film, libri) che validano la sua stasi.

La mancanza di punti fissi rende l’adulto fragile. La cultura popolare sfrutta questa fragilità offrendo “comunità di consumo” che agiscono come coperte di Linus emotive (l‘Identità Liquida, Zygmunt Bauman).

Esistono studi specifici su come la narrativa venga usata per mantenere il pubblico in uno stato di “minorità”.

Tra le sue 10 strategie di manipolazione attraverso i media, Noam Chomsky identifica proprio l’infantilizzazione:

“Se ci si rivolge a una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, per suggestione, essa tenderà con certa probabilità a una risposta o reazione anche priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni.”

Usando un linguaggio elementare, temi manichei (buoni vs cattivi assoluti) e soluzioni emotive rapide, i media disarmano la capacità analitica dell’adulto.

Il marketing usa l’infantilismo come una strategia di fidelizzazione estrema: associare un prodotto (o un tropo narrativo) a un ricordo d’infanzia attiva il sistema limbico e bypassa la corteccia prefrontale (quella del ragionamento critico); un pubblico emotivamente immaturo reagisce più velocemente agli stimoli impulsivi (indignazione, eccitazione, gratificazione immediata), rendendolo perfetto per il modello economico dei social media e delle piattaforme streaming, allo stesso tempo erode la capacità di comprendere processi storici, sociali o economici complessi.

Questa “infantilizzazione programmata” ha un impatto profondo sulla nostra capacità di affrontare crisi reali della vita adulta.

Il fenomeno non nasce nel vuoto. Ci sono ragioni strutturali per le quali tale strategia aumenta la sua presa.

Se non puoi permetterti una casa o una famiglia (i classici “marker” dell’età adulta), la mente regredisce a uno stato di dipendenza o di gioco. La crisi economica globale è un elemento strutturale che aumenta numericamente le persone in questa situazione. Gli algoritmi delle piattaforme premiano ciò che è familiare, rassicurante, ripetitivo, come l’infantilismo e l’immaturità, che rifuggono il cambiamento. Dire “non ho le energie per fare l’adulto oggi” è diventato un brand, validando l’evitamento invece della crescita e l’adattamento.

Esiste una differenza sottile tra la rappresentazione onesta della fragilità umana e la sua glorificazione come stato ideale, ma se si riflette sul fatto che l’infantilismo è la strategia di marketing definitiva, questa deriva assume un significato e un peso diverso. L’adulto valuta l’utilità e la durata; il bambino vuole “tutto e subito” e si stanca presto. Mantenere la popolazione in uno stato di immaturità emotiva garantisce un ciclo infinito di consumo e una resistenza politica minima.

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