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Cospaia: nata per sbaglio e vissuta di fumo

In Umbria c’era un microstato, la Repubblica di Cospaia, nato per un errore cartografico e rimasto indipendente per quattro secoli.

In un mondo dove i confini si tracciano con sangue e trattati, la Repubblica di Cospaia è nata per un curioso sbaglio, a cui non era opportuno, sul piano diplomatico, porre riparo. Era l’anno 1441. Immaginate due potenti Stati, quello Pontificio e la Repubblica di Firenze, che si accordano per delimitare un confine. Il confine prescelto? Un torrente chiamato “Rio”. Semplice, no?
Non tanto.
PoichĂ© “Rivus” in latino indicava un generico corso d’acqua di modeste dimensioni, in pratica ci sono tantissimi fiumiciattoli che si chiamano così e in quella zone ce ne erano due, abbastanza vicini.

Firenze ne scelse uno, il Papa l’altro. E così, una striscia di terra di circa 330 ettari rimase letteralmente nel mezzo, terra di nessuno, dimenticata da tutti. Era Cospaia. Ormai la cosa era fatta e sul piano diplomatico non era il caso di occupare quella terra, nĂ© per lo stato pontificio, nĂ© per Firenze. Entrambi scelsero dunque di lasciare la situazione così come era.

Gli abitanti di Cospaia si strofinarono le mani e proclamarono la loro “Perpetua et firma libertas”, una libertĂ  così salda che non avevano bisogno nĂ© di un esercito, nĂ© di prigioni. E, a quanto pare, nemmeno di un governo vero e proprio, gestendo tutto con un Consiglio di anziani e capifamiglia. Praticamente, una comunitĂ  anarchica, esente da tasse, dazi e obblighi specifici.

La fortuna di essere dimenticati

Per quasi 130 anni, Cospaia ha vissuto nel suo piccolo paradiso anarchico ed esentasse. Ma la vera svolta arrivò nel 1574, quando un vescovo di Sansepolcro ricevette dei semi da un parente a Parigi. Era tabacco, una pianta così esotica che il Papa dell’epoca aveva pensato bene di scomunicare chiunque osasse farne uso.

A Cospaia, però, le leggi papali non valevano un fico secco. E così, mentre nel resto d’Italia si rischiava l’anima per una tirata di “erba tornabuona”, a Cospaia si facevano i soldi. La Repubblica divenne la capitale del tabacco clandestino, un rifugio per contrabbandieri e un faro di prosperitĂ  basato su un vizio altrui. Il loro motto, “Perpetua et firma libertas”, assunse un significato tutto nuovo: libertĂ  di fumare e vendere il fumo senza che nessuno potesse dire nulla.

L’indipendenza di Cospaia, sebbene solida, fu spesso messa alla prova. Le vicine CittĂ  di Castello e Sansepolcro provarono piĂą volte a mettere le mani su quel piccolo paradiso fiscale. Nel 1490, ad esempio, i tifernati chiesero agli abitanti di Cospaia di giurare fedeltĂ  e di inviare uomini armati in caso di necessitĂ . Decenni dopo, i cospaiesi cercarono addirittura la protezione della potente famiglia Vitelli, mossa che rischiò di farli finire sotto il dominio di CittĂ  di Castello. Fortunatamente, l’intervento di Firenze nel 1566 ribadì che Cospaia non era soggetta a nessuno dei due.

Quando nel 1724 il Papa decise che il tabacco andava legalizzato (e tassato, ovviamente), il business di Cospaia subì un duro colpo, ma restò comunque in auge come paradiso fiscale.

Dopo un breve periodo di annessione durante l’invasione napoleonica, Cospaia riconquistò la sua piena libertĂ , trasformandosi in un vero e proprio “emporio” per commercianti e contrabbandieri. Mercanti da tutta Italia stoccavano qui le loro merci, tessuti e coloniali, per sfuggire a dazi e tasse.

E dopo quasi quattro secoli di anarchia felice, la Repubblica di Cospaia venne ufficialmente soppressa, quando papato e granducato di Toscana decisero che il “gioco” era durato a sufficienza. I due stati concordarono in un primo momento la stesura di una nuova pianta divisionale del territorio (15 giugno 1825); successivamente, con pubblico istrumento dell’11 febbraio 1826, proclamarono la concordata spartizione della repubblica di Cospaia, alla presenza di notabili e di militari. Il decreto divenne esecutivo il 28 giugno successivo quando, alla presenza del delegato apostolico di Perugia monsignor Adriano Fieschi e di numerose autoritĂ  (fra le quali il governatore e il gonfaloniere di CittĂ  di Castello, il marchese Giuseppe Bufalini ed altri) venne letto l’atto di sottomissione di Cospaia al dominio pontificio.

I 14 rappresentanti di Cospaia firmarono e ottennero solo una misera moneta d’argento a testa e il permesso di continuare a coltivare tabacco. I cospaiesi chiamarono la moneta “papetto”, prendendo in giro il severo profilo del pontefice impressovi, per ricordare quanto poco fosse stata pagata la loro indipendenza.

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