Dalle corti dei Maharaja alle passerelle di Parigi: tutti pazzi per le ali dei coleotteri
Nella metà del XIX secolo, le sale da ballo europee non erano illuminate solo dai cristalli dei lampadari, ma anche da bagliori verde smeraldo che sembravano vibrare di luce propria. Non si trattava di pietre preziose, bensì di elitre: le ali anteriori rigide di particolari coleotteri della famiglia dei Buprestidi. Tra il 1850 e il 1860, l’alta società fu travolta da una vera e propria ossessione per queste decorazioni specifiche, capaci di regalare ai tessuti un’iridescenza che nessuna tintura chimica dell’epoca poteva eguagliare e che non perdeva brillantezza nel tempo. Sotto le luci delle candele o delle prime lampade a gas, creava un effetto quasi soprannaturale, simile a una cascata di smeraldi.
La tecnica di ricamo con le elitre è un’arte millenaria diffusa fin dai tempi antichi in India, Thailandia, Giappone e Myanmar.
Ma cosa sono le elitre? Sono le ali superiori corazzate dei coleotteri Buprestidi, solitamente della specie Sternocera aequisignata (colore verde smeraldo) o Chrysochroa fulgidissima (colore verde con sfumature rosso e oro).


Le ali venivano rimosse dal corpo, ammorbidite con il vapore per renderle meno fragili durante la foratura e poi cucite come se fossero perline o paillettes.
Un singolo abito da sera poteva essere decorato con più di 3.000 elitre, rendendo il capo sorprendentemente pesante e rigido, ma visivamente mozzafiato. A differenza delle piume o dei tessuti tinti, il colore delle elitre è strutturale: non sbiadisce con il tempo perché deriva dalla conformazione fisica della superficie dell’ala che rifrange la luce. Ancora oggi, gli abiti esposti nei musei, conservano intatta la loro brillantezza.
Uno dei pezzi più famosi al mondo è il “Peacock Dress” (Abito Pavone) indossato da Lady Curzon nel 1903. Sebbene sembri ricamato con piume di pavone, i “centri” delle piume sono composti da migliaia di elitre di coleottero indiano, pesantissime ma dal fulgore accecante.

Anche se nell’Ottocento fu un fenomeno di massa, l’uso delle elitre non è mai scomparso; si è solo spostato dall’abbigliamento quotidiano di lusso all’alta moda concettuale, al costume teatrale e all’arte contemporanea.
Alcuni dei designer più visionari degli ultimi decenni hanno riportato le elitre in passerella per creare capi che sfidano il confine tra abbigliamento e scultura:
Alexander McQueen: Celebre per il suo legame con il mondo naturale e il macabro, ha utilizzato spesso elementi organici. Nella collezione The Horn of Plenty (2009), l’uso di materiali naturali iridescenti richiamava proprio quell’estetica vittoriana.
Dries Van Noten: Nella sua collezione Primavera/Estate 2014, ha utilizzato migliaia di elitre di Sternocera aequisignata per decorare colletti, spalline e gioielli, creando un effetto organico ma estremamente moderno.
L’esponente più famoso dell’uso moderno delle elitre è l’artista belga Jan Fabre.
Heaven of Delight: Nel 2002, Fabre ha ricoperto il soffitto della Sala degli Specchi del Palazzo Reale di Bruxelles con oltre 1,6 milioni di elitre. L’opera crea un effetto mosaico che cambia colore a seconda dell’angolazione della luce, passando dal blu profondo al verde smeraldo.
In Thailandia e in altre parti del Sud-est asiatico, l’artigianato delle elitre continua a fiorire sotto forma di gioielleria contemporanea.
L’iridescenza delle elitre è perfetta per i costumi di scena che devono apparire magici o alieni. Un esempio recente è il film “Biancaneve e il cacciatore” (2012), dove la costumista Colleen Atwood (premio Oscar) ha creato un abito per la Regina Cattiva (Charlize Theron) decorato con migliaia di elitre, per conferirle un aspetto pericoloso e rettiliano.




