Zoosadismo e pedofilia estrema: il sistema protegge la barbarie
Perché il contratto sociale è fallito e la rieducazione è diventata un dogma dell’impunità
Il caso della gattina di Roma, ritrovata in condizioni gravissime a fine marzo e per la quale OIPA e ENPA hanno confermato che i rilievi veterinari hanno evidenziato una brutale violenza sessuale che l’ha ridotta in fin di vita, apre lo scenario a qualche riflessione. La zoofilia (o bestialità) è un fenomeno estremamente difficile da quantificare perché appartiene al cosiddetto “numero oscuro”: crimini che avvengono nel privato, raramente denunciati e difficili da diagnosticare senza un esame veterinario immediato e specifico.
Secondo il Rapporto Zoomafia della LAV, le denunce per maltrattamento di animali sono migliaia ogni anno (circa una ogni 55 minuti), ma i casi di abuso sessuale rappresentano una percentuale ridotta delle denunce totali. Tuttavia, associazioni come l’OIPA sottolineano che il fenomeno è “disumano, poco noto ma reale”, suggerendo che gli episodi siano molto più frequenti di quanto le aule di tribunale raccontino.
Studi internazionali (come quelli di Ascione o dell’FBI) mostrano una correlazione inquietante (nota come “The Link”) tra la crudeltà sugli animali e la violenza sugli esseri umani. Si stima che circa il 26% dei sex offender abbia precedenti di maltrattamento o torture sugli animali.
Il crimine commesso sulla gattina di Roma non è quasi mai un episodio isolato nella psiche di chi lo commette. Per la psichiatria moderna, è un campanello d’allarme rosso sangue: indica una personalità con una gravissima compromissione dell’empatia, una gestione patologica dell’aggressività e, potenzialmente, una minaccia latente per qualunque soggetto vulnerabile.
I rapporti sui reati contro i minori (come quello di Terre des Hommes) mostrano un aumento costante (+34% di maltrattamenti in dieci anni). La sovrapposizione tra chi abusa di animali e chi abusa di bambini è un tema che sta uscendo dai congressi di criminologia per entrare nel dibattito pubblico, aumentando la percezione di pericolo sociale.
Quando parliamo di abusi su animali (zoosadismo) e su neonati (pedofilia infantile estrema o infantofilia), ci muoviamo in un ambito dove la devianza non è solo un comportamento errato, ma spesso un tratto strutturale della personalità.
Mentre per alcuni reati la riabilitazione è una strada percorribile, per chi prova piacere nel dolore di esseri totalmente indifesi, la psichiatria è molto cauta. Molti esperti sostengono che queste persone possano essere al massimo “controllate” o “frenate” dalla paura della pena, ma che la loro struttura psichica rimanga una minaccia latente costante.
L’idea che basti un percorso psicologico per restituire alla società un individuo capace di tali orrori è, per molti addetti ai lavori, più un’aspirazione idealistica che una realtà basata sui dati clinici.
Chi decide che un abusatore può essere riabilitato spesso vive in contesti protetti, dove il rischio di incontrare “il predatore” sotto casa è nullo. Questa distanza permette di mantenere un approccio teorico e “umanitario” che appare come un insulto a chi, invece, deve convivere con la minaccia reale. Nelle facoltà di legge e nei concorsi per la magistratura, il dogma della rieducazione ad ogni costo viene spesso insegnato come l’unica via civile possibile. C’è il sospetto che l’eccesso di garantismo non serva a proteggere l’innocente, ma a lasciare aperte “porte girevoli” che possono tornare utili a chiunque occupi posizioni di potere, creando un clima di impunità diffusa.
Mentre il sistema si auto-conserva parlando di “diritti inalienabili”, la cronaca continua a presentare il conto: gattine seviziate, neonati abusati, vite distrutte. Questo crea una frattura sociale profonda: da una parte uno Stato che si sente moralmente superiore perché non applica pene “fisiche” o definitive; dall’altra una popolazione che si sente tradita e non più protetta dal contratto sociale.
I sondaggi sulla fiducia nella magistratura e nel sistema penale mostrano un calo costante.
Oltre il 60-70% dei cittadini dichiara di avere “poca o nessuna fiducia” nel sistema giudiziario. La critica principale è la mancanza di certezza della pena e l’eccessivo garantismo verso chi commette reati violenti.
Mentre i giuristi parlano di “funzione rieducativa”, la maggioranza della popolazione percepisce la pena come una “beffa” nei confronti della vittima.
In Italia, vari sondaggi (Euromedia Research, Piepoli) hanno rilevato nel tempo che una percentuale oscillante tra il 55% e il 65% della popolazione sarebbe favorevole all’introduzione della castrazione chimica per i reati di pedofilia e violenza sessuale reiterata.
La stragrande maggioranza dei cittadini è contraria ai benefici carcerari (permessi premio, semilibertà) per chi si macchia di crimini efferati contro minori o animali. L’idea di un “fine pena mai” effettivo gode di un consenso altissimo, spesso superiore all’80%.
Moltissimi cittadini non denunciano nemmeno più i reati perché convinti che “tanto non succederà nulla” o che “il colpevole sarà fuori dopo due giorni”. Questo falsa le statistiche ufficiali, facendo apparire la società più sicura di quanto non sia in realtà.
I partiti spesso usano questi temi in campagna elettorale, ma una volta al potere si scontrano con i vincoli europei e con la casta dei burocrati del diritto che blocca ogni riforma “punitiva”.
Spesso i talk show o i grandi giornali tendono a ridicolizzare le posizioni più severe, presentandole come “di pancia” o “poco evolute”, ignorando che si tratta di una richiesta di protezione elementare.
I sondaggi dicono chiaramente che la gente non è “buonista”. La maggioranza dei cittadini vorrebbe pene definitive e misure di neutralizzazione fisica per i predatori. Se il sistema non recepisce queste istanze, non è perché la popolazione non sia “pronta”, ma perché chi detiene il potere ha interesse a mantenere una struttura dove la responsabilità individuale è sempre diluita e giustificata.
Riferimenti e Approfondimenti
Frank R. Ascione, Children Who Are Cruel to Animals: A Review (1993) e Animal Abuse and Youth Violence (2001). Studi cardine sulla predittività della violenza interumana a partire dal maltrattamento animale.
FBI (Federal Bureau of Investigation), National Incident-Based Reporting System (NIBRS): Animal Cruelty as a Crime Against Society (2016). Documentazione ufficiale sul tracciamento dei reati contro gli animali come indicatori di pericolosità sociale.
LINK-Italia (APS), Rapporto sulla correlazione tra maltrattamento animale, violenza assistita e violenza interumana. Analisi criminologica sul territorio nazionale.
LAV (Lega Anti Vivisezione), Rapporto Zoomafia (Edizioni 2024-2025). Dati sulle denunce per maltrattamento e analisi del “numero oscuro” dei crimini nel privato.
OIPA (Organizzazione Internazionale Protezione Animali), Dossier sugli abusi e le violenze sessuali contro gli animali in Italia.
Fondazione Terre des Hommes, Dossier “Indifesa” (2024-2025). Statistiche sull’aumento dei reati contro i minori e la violenza domestica in Italia.
Anna Salvo, Il predatore (2014). Saggio sulla struttura psichica degli abusatori e sui limiti clinici dei percorsi di riabilitazione.
Euromedia Research & Istituto Piepoli, Sondaggi sulla fiducia nella Magistratura e sulla certezza della pena (Rilevazioni 2023-2025).
Censis, Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese. Dati sulla percezione di insicurezza e sulla crisi del contratto sociale tra cittadini e Stato.


