Lo strano aspetto di Noè che la Bibbia non racconta

C’è un personaggio che nella Bibbia appare già adulto e nel ruolo di sommesso esecutore degli ordini del Dio giudaico: è Noè. L’uomo che si salvò dal Diluvio universale.
Non ce ne viene fornita alcuna descrizione fisica.
La sua nascita ha del prodigioso solo in quanto il padre Lamech lo ebbe all’età di 182 anni e il suo nome viene associato al ruolo di consolazione a lui affidato (Genesi 5, 28-29).
Uomo giusto e integro, Noè spiccava tra i suoi contemporanei poiché “camminava con Dio” (Genesi 6, 8-9).
Viene definito “Giusto” (Zaddiq) e “Integro” (Tamim), termini tecnici usati abitualmente per indicare il perfetto (in senso anatomico) animale da sacrificare.
Il suo ruolo scritturale è sostanzialmente quello di uno scrupoloso e pio esecutore delle istruzioni ingegneristiche divine relative alla costruzione dell’Arca (Genesi 6, 14-16).

Per saperne di più ci dobbiamo spostare nel giudaismo. La tradizione ebraica extra-biblica (racchiusa nel Midrash e nei commenti dei rabbini) si sofferma sull’integrità, precisando che Noè nacque già circonciso*.
Una tradizione presente nel Pirkei De-Rabbi Eliezer aggiunge il dettaglio che fu il primo uomo ad avere le dita separate e funzionali, caratteristica che gli permise di inventare l’aratro e altri strumenti agricoli.
Nella Genesi, Dio ordina a Noè di inserire nell’arca un tzochar: nel Talmud (trattato Sanhedrin 108b), non si trattava di una finestra, ma di una pietra luminosa che variava l’intensità della sua emanazione scandendo il giorno e la notte, consentendo a Noè di distinguere il tempo. Infine, la tradizione narra che Noè divenne zoppo a causa di un incidente avvenuto mentre nutriva il leone nell’arca.

Se usciamo dal solco prettamente biblico-ebraico e ci spostiamo nell’alveo della Chiesa Ortodossa d’Etiopia, il corpus di testi noto come Libro di Enoch ci racconta molto altro.
Una premessa è d’obbligo: fino al 1947 i testi conservati dal canone etiope erano ritenuti da molti studiosi occidentali come invenzioni medievali. Con la scoperta dei Rotoli del Mar Morto a Qumran, si è dovuto ammettere che gli etiopi avevano sempre avuto ragione la versione originale, antica e completa della Bibbia era quella loro.
La preservazione di tali testi era inoltre perfettamente congrua con la storia millenaria di quella regione. L’Etiopia vanta un legame ancestrale con il giudaismo, di cui alcuni libri (come Enoch e i Giubilei) erano pilastri fondamentali prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.). Essendo uno dei primi territori a convertirsi al cristianesimo, per poi restare un’enclave isolata dall’espansione islamica, l’Etiopia non partecipò ai vari concili europei che eliminarono i testi ritenuti “scomodi” rispetto alla costruzione teologica di invenzione paolina su cui si sarebbe retta la religione cattolica apostolica romana.
Gli etiopi, invece, hanno semplicemente continuato a tramandare i testi della tradizione giudaica e della prima evangelizzazione nella lingua sacra Ge’ez, divenendo di fatto la cassaforte della letteratura “apocrifa”.

Veniamo ora alla descrizione che di Noè fornisce il “Libro di Enoch”.
Nel capitolo 106 della versione etiopica, il personaggio è eccezionale e differente fin dalla nascita, al punto da terrorizzare il padre:

«E dopo qualche giorno mio figlio Matusalemme prese una moglie per suo figlio Lamech ed essa divenne gravida di lui e partorì un figlio.
Il suo corpo era bianco come la neve e rosso come la rosa in fiore, e i capelli del suo capo e le sue lunghe trecce erano bianchi come la lana e i suoi occhi erano belli.
E quando aprì gli occhi, illuminò tutta la casa come il sole e l’intera casa ne fu estremamente illuminata.
E appena sorse dalle mani della levatrice, aprì la bocca e lodò il Signore della giustizia.
E suo padre Lamech ebbe paura di lui e fuggì e andò da suo padre Matusalemme e gli disse: “Ho generato un figlio strano, diverso dagli uomini e a loro non somigliante; il suo aspetto è come quello dei figli degli angeli del cielo, la sua natura è differente e non è come noi”.»
«E sono andato da mia moglie Bat-Enosh, ma lei mi ha giurato che il bambino è mio e non di altri. Tuttavia, io non le credo e il mio cuore è turbato.» (106,6)

Questa descrizione trova riscontro nel Genesi Apocrifo (1Q20, Colonna II, 13-15) trovato a Qumran:

«Allora Bat-Enosh, mia moglie, mi parlò con molto calore e [disse]: “O mio fratello e mio signore! Ricorda il mio piacere […] il tempo dell’amore, l’ansito del mio respiro nel mio petto. [Ti giuro] in verità per l’Altissimo, per il Grande Signore, il Re dell’Universo […] che questo seme è tuo, che questa concezione è da te e che questa piantagione è tua, e non di uno straniero, né di uno dei Vigilanti, né di uno dei Figli del Cielo”

La moglie di Lamech (ignorata dalla Bibbia) compare anche nel Libro dei Giubilei, altro testo del canone della Chiesa Ortodossa d’Etiopia, datato al II secolo a.C. (4,28)

«E nell’undicesimo giubileo Lamech prese per sé una moglie, e il suo nome era Betenos, la figlia di Baraki’el, la figlia della sorella di suo padre; ed essa, in questa settimana, gli partorì un figlio e lui lo chiamò Noè.»

Chi sono i “Vigilanti” e i “figli del cielo”.

Nella Genesi della Bibbia canonica, se ne parla, nel Capitolo 6 (1-4):

«Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla faccia della terra e furono loro nate delle figlie, i figli degli Elohim (il termine originale è plurale) videro che le figlie degli uomini erano belle e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte. […] In quel tempo c’erano sulla terra i giganti (Nephilim), e ci furono anche in seguito, quando i figli degli Elohim si unirono alle figlie degli uomini e queste partorirono loro dei figli. Sono questi gli eroi dell’antichità, gli uomini famosi.»

I Vigilanti sono un gruppo di angeli appartenenti a una gerarchia celeste incaricata di “vegliare” sulla Terra. Nonostante la loro natura divina, cedono al desiderio per le donne umane (Enoch 6:1-2). Scendono sul monte Hermon e stringono un patto di mutua colpa. Non si limitano all’unione carnale, ma corrompono l’umanità rivelando “segreti proibiti”: metallurgia, fabbricazione di armi, cosmetica, incantesimi e astronomia (Enoch 8:1-3). Sono spesso chiamati “Figli del Cielo” e a loro i testi di Qumran attribuiscono un’origine “aliena” e una fisionomia insopportabile per l’occhio umano a causa della loro luminosità accecante.

I Nephilim (o Giganti) Sono il prodotto genetico dell’unione tra i Vigilanti e le “figlie degli uomini”. Esseri di statura mostruosa. Il testo etiopico parla di altezze iperboliche (3000 cubiti), mentre i testi di Qumran sono più moderati ma ne sottolineano la forza devastante. Dopo aver consumato tutte le risorse prodotte dagli uomini, iniziano a divorare gli uomini stessi e, infine, a cibarsi l’uno dell’altro e a bere il sangue, peccato gravissimo per la legge semitica (Enoch 7:3-6).

È proprio alla categoria dei Vigilanti che Lamech associa Noè nel Genesi Apocrifo di Qumran, definendolo simile ai “Figli del Cielo” per via della luce che emana dai suoi occhi (1Q20, Col. II).

In diversi testi della tradizione orientale (come la Caverna dei Tesori), Noè non è solo un carpentiere, ma un predicatore che per 100 anni avverte l’umanità. Si narra che quando Noè parlava, il suo volto assumeva una tale lucentezza che le folle accorse a schernirlo rimanevano ammutolite. Non era solo la forza delle parole, ma il riflesso della “Gloria di Adamo” che emanava dalla sua pelle e dai suoi occhi, rendendolo fisicamente insopportabile per chi era immerso nella corruzione.
Nei frammenti del Libro dei Giganti rinvenuti a Qumran (4Q203, 1Q23), i Nephilim osservano Noè o ricevono rapporti su di lui e appare loro come un essere molto diverso, che emana una luce che li terrorizza.
Nel misticismo ebraico (Zohar e Midrashim tardi), alcuni commenti suggeriscono che Noè stesso, all’interno dell’oscurità dell’Arca, contribuisse all’illuminazione dell’ambiente con la luce emanata dal suo corpo.

Il cosiddetto Enoch Slavo (o 2 Enoch) descrive Adamo in termini simili, un “secondo angelo”, onorato da Dio e dotato di una natura luminosa che rifletteva la gloria divina (2 Enoch 30, 11).
L’aspetto di Noè, nel testo etiopico, richiama esattamente quello di Adamo.
Nei rotoli del Mar Morto, in particolare nella Regola della Comunità (1QS) e in alcuni inni, si parla della ricompensa finale per i giusti come il possesso di “tutta la gloria di Adamo”.

Tuttavia, la figura di Noè è molto più antica di ogni narrazione biblica. Spostandoci in Mesopotamia tremila anni prima di Cristo, troviamo Ziusudra (sumero), Atrahasis (accadico) o Utnapishtim (babilonese). Tutte figure corrispondenti a Noè, con una storia simile a quella che conosciamo.

Nel mito di Ziusudra (trovato in tavolette del XVII secolo a.C.) che riferiscono tradizioni più antiche (XXIV secolo a.C.) il Noè sumero non è descritto fisicamente ma è presentato come un essere in costante contatto con una divinità specifica (Enki) e riceve l’immortalità dopo il Diluvio.

Utnapishtim, il Noè babilonese, di cui si racconta nell’Epopea di Gilgamesh, Tavoletta XI (VII secolo a.C. ma basata su versioni databili intorno al XIX secolo a.C.) ha un aspetto normale, pur essendo immortale, ma Gilgamesh si aspettava qualcosa di molto diverso: un gigante che emanava luce.

Nel mito di Atrahasis (XVIII secolo a.C.), la creazione dell’uomo avviene per un motivo pratico: sostituire gli dèi minori nel lavoro faticoso. La dea madre Nintu impasta la terra con il sangue di un dio ucciso, We-ilu, che possedeva la “razionalità” (temu) e crea Atrahasis, che nasce “diverso” dalla massa preesistente, è avvolto dal Melammu, un’aura radiosa che emana dalla pelle e incute timore. Dopo il diluvio ottiene anche l’immortalità fisica.

Dunque, riassumendo, nei testi “scartati” dalla costruzione paolina (e dalla tradizione ebraica) che trovano radice in quelli mesopotamici, Noè aveva un aspetto divino, nello specifico:

Alta statura, pelle bianchissima e rosea, occhi chiarissimi che emanavano luce, capelli bianchi, e il suo corpo emetteva o rifletteva la luce.

 


no
* La circoncisione (rimozione chirurgica del prepuzio dal pene) è una mutilazione genitale rituale praticata dagli Ebrei in quanto ordinata da Dio in Genesi 17, 10-11 per segnare l’appartenenza al “suo” popolo. È praticata amche dagli Islamici per richiamo alla tradizione di Abramo (pur non essendo espressamente prevista dal Corano) e da alcune culture africane quale rito di passaggio a segnare l’età adulta. Storicamente si ritiene sia un rituale nato in Egitto, riservato alla purificazione di nobili e sacerdoti. Era attestata anche tra gli Aborigeni australiani, nelle civiltà precolombiane e in Polinesia e Melanesia.

ULTIME NOTIZIE

Nexus New Times #177

CHI NON CI LEGGE, NON CI MERITA Questa parafrasi di un celebre modo di dire...

Il declino di un genio

«Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie,...

L’Italia riassume l’intera genetica europea

Scolpiti dal clima: il viaggio del DNA italiano che svela i misteri del passato. La...

Magia della chimica naturale anti inquinamento

Addio alluminio: come il comune calcare sta rivoluzionando la pulizia delle acque industriali Un gruppo...

Visita NexusEdizioni.it

[adrotate group="2"]

NOTIZIE CORRELATE

I Fantasmi di Treasurer’s House

Nel cuore di York, una delle città più antiche e infestate del Regno Unito,...

La civiltà Eocenica del Rabdo Team

Il Rabdo Team è un gruppo di ricerca indipendente focalizzato sull'archeologia non convenzionale, i...

Le 10 piaghe bibliche causate da impatti cosmici?

In questo articolo proverò a spiegare perché, a mio avviso, le piaghe bibliche non...