“Nel mezzo del cammin” ti accorgi che le “eresie” di ieri sono diventate le cronache di oggi

Nel mezzo del cammin di nostra vita,
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura…
– Dante, Inferno, incipit

Dopo la mezza età, succede che lo sguardo cambi. Da vicino non vedi più tanto bene, ma in lontananza hai una visione nitida sul presente e sul passato. E il confronto, a volte, lascia addosso un senso di vertigine.
Ricordo bene quando in gioventù, in certi circoli di estrema sinistra, circolavano tesi che a noi, cresciuti con un certo rispetto per le istituzioni e le tradizioni, sembravano non solo assurde, ma quasi allucinate. Erano i tempi in cui urlare contro il sistema era la norma, ma alcune accuse parevano davvero troppo oltre il limite del credibile.
Ad esempio che la Chiesa Cattolica nascondeva nelle sue viscere un sistema di pedofilia endemico, protetto e tollerato dai vertici. “Propaganda anticlericale”, si diceva allora. Eppure, quarant’anni dopo, i dossier vaticani, le ammissioni dei Pontefici e i processi civili hanno trasformato quelle “pazzie” in una delle pagine più dolorose e documentate della storia recente.

Lo stesso valeva per la figura storica di Gesù. Le affermazioni su un Cristo sposato con Maria Maddalena o circondato da fratelli di sangue, sembravano frutto di una blasfemia un po’ allucinata. Oggi, quelle tesi non appartengono più solo alla contro-cultura, ma sono oggetto di dibattiti accademici e documentari, basati su studi filologici che hanno smontato il dogma monolitico a favore di una verità storica più complessa e umana.

Ricordo i militanti di Rifondazione Comunista che, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000, gridavano ai megafoni: “Fuori dalla NATO, fuori dall’Europa, saranno la nostra rovina!”.
Posizioni che apparivano essere di ostruzionismo fine a se stesso, rigurgiti nostalgici, paranoie isolazioniste indotte da abuso di sostanze psicotrope.
Oggi, dopo crisi economiche devastanti, tensioni geopolitiche che ci vedono spettatori (o pedine) in scacchiere decisi altrove e una diffusa sensazione di perdita della sovranità, quelle critiche sono diventate il pane quotidiano del dibattito mainstream. Non sono più “follie di nicchia”, ma punti cardine di una riflessione politica la cui attualità è imbarazzante.

A guardare indietro, la lezione non è che “gli estremisti avevano ragione su tutto”, ma qualcosa di molto più profondo e personale.

Il vero inganno è la tifoseria da stadio. Quando ci dividiamo in fazioni, smettiamo di analizzare i fatti e iniziamo a difendere i colori. Se una tesi proviene dalla parte “sbagliata”, la bolliamo come assurda a prescindere, senza chiederci se sotto quel fumo possa esserci del fuoco.

Il dogmatismo è una pigrizia mentale: è comodo avere un set di verità precostituite che ci evitano la fatica di dubitare. Ma la storia è un processo dinamico e spesso le verità più scomode sono proprio quelle che vengono ridicolizzate per prime.

Ho imparato che la mente deve restare come una finestra aperta: non per lasciar entrare qualsiasi detrito, ma per permettere all’aria della realtà di circolare. Non bisogna essere dogmatici, ma aperti. Rifiutare la trappola del “noi contro loro”, dell’affrontare qualsiasi cosa con un atteggiamento da tifoseria da stadio, è l’unico modo per non trovarsi, tra altri vent’anni, a scoprire che ciò che avevamo deriso era semplicemente la verità che non volevamo vedere, benché potesse essere non dico osservata ma almeno sospettata dalla lettura di indizi.

Essere aperti non significa essere ingenui e neanche complottisti a tutti i costi. Perché sono entrambe figure dogmatiche, le cui idee fisse li allontanano parimenti dalla verità.
Si tratta, invece, di coltivare un metodo di pensiero: restare aperti varie possibilità e cercare sempre prove, anche se queste smantellano le proprie convinzioni.

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