Le 10 piaghe bibliche causate da impatti cosmici?

In questo articolo proverò a spiegare perché, a mio avviso, le piaghe bibliche non siano soltanto una metafora teologica né un racconto simbolico creato per mostrare la potenza del Dio d’Israele, ma eventi storici che riguardano la catastrofe che colpì l’Egitto durante l’epoca di Mosè, personaggio reale che la tradizione ha descritto come ebreo per ragioni religiose ma che, in realtà, era egizio di nascita, un iniziato ai misteri solari, seguace del dio Aton. Secondo questa visione, Mosè visse alla corte di Akhenaton, il faraone eretico che cercò di imporre un monoteismo spirituale incentrato sul culto della luce divina. Il legame tra i due è profondo: entrambi furono visionari, entrambi lottarono contro il potere sacerdotale di Amon, entrambi furono protagonisti di un’epoca di grandi sconvolgimenti politici, religiosi e naturali.

Le piaghe si inseriscono quindi in quel contesto turbolento, in cui l’Egitto sembrò sprofondare nel caos come se la natura stessa si ribellasse all’ordine stabilito.

Alcuni studiosi moderni hanno tentato di spiegare le dieci piaghe bibliche in chiave scientifica.

Una delle ipotesi più note è quella dello scienziato tedesco Werner Keller, autore del libro La Bibbia aveva ragione (1955), poi ripresa da John S. Marr e Curtis Malloy in un articolo pubblicato nel 1996 sul Proceedings of the National Academy of Sciences. Secondo questa interpretazione, la prima piaga, ovvero la trasformazione delle acque del Nilo in “sangue”, sarebbe stata causata da una fioritura di alghe rosse o di cianobatteri tossici, come Oscillatoria rubescens, che colorano l’acqua di un rosso intenso e rilasciano sostanze velenose letali per i pesci. La morte della fauna fluviale avrebbe privato il fiume di ossigeno, diffondendo un odore insopportabile e rendendo l’acqua imbevibile. Da questo primo disastro ecologico si sarebbe innescata una catena di eventi: le rane, costrette a uscire dalle acque avvelenate, invasero la terraferma per poi morire in massa; le carcasse in decomposizione attrassero sciami di zanzare e mosche, che generarono infezioni e malattie, dando origine alla peste del bestiame e alle ulcere sugli uomini; le piogge di fuoco e grandine potrebbero rappresentare tempeste di sabbia e scariche elettriche in un clima alterato; le tenebre, infine, sarebbero state un oscuramento dovuto a tempeste di sabbia particolarmente dense.

Questa teoria, pur affascinante nella sua logica, non mi convince perché non spiega in modo soddisfacente le piaghe delle tenebre e della grandine, fenomeni che sembrano appartenere a un contesto più ampio e violento, capace di scuotere l’intero cielo.

Un’altra spiegazione è stata proposta dalla scrittrice e ricercatrice americana Barbara J. Sivertsen nel suo libro The Parting of the Sea: How Volcanoes, Earthquakes, and Plagues Shaped the Exodus Story (Princeton University Press, 2009). In questa visione, le piaghe sarebbero la conseguenza diretta della catastrofe di Santorini, l’eruzione del vulcano Thera avvenuta intorno al 1628 a.C., una delle più potenti degli ultimi diecimila anni. L’esplosione avrebbe devastato il Mediterraneo orientale, generando onde d’urto, tsunami e nubi di cenere che si diffusero fino all’Egitto, dove vennero interpretate come segni divini. La pioggia di fuoco e grandine descritta nella Bibbia sarebbe la caduta di pomici incandescenti e lapilli. L’oscuramento del sole per tre giorni corrisponderebbe alla coltre di ceneri che oscurò il cielo. La trasformazione del Nilo in sangue sarebbe dovuta alla presenza di polveri ferruginose e gas vulcanici che arrossarono le acque. La morìa del bestiame e le piaghe cutanee sarebbero effetti dell’anidride solforosa e delle ceneri tossiche inalate; persino l’apertura del Mar Rosso durante l’Esodo potrebbe essere spiegata come un fenomeno di marea inversa generato da un terremoto sottomarino o da un’onda di tsunami che temporaneamente ritirò le acque.

La Sivertsen cerca anche di armonizzare questa catastrofe con la cronologia biblica, sostenendo che l’eruzione potrebbe aver causato il collasso dell’Egitto Medio e fornito l’ispirazione per la narrazione dell’Esodo avvenuto molti secoli dopo.

Tuttavia, anche questa ipotesi mi lascia perplesso. La più potente eruzione di Thera è datata intorno al 1627 a.C., troppo lontana dal periodo in cui visse Mosè, tradizionalmente collocato all’epoca di Ramses II oppure, come nel mio caso, all’epoca di Akhenaton, ma comunque secoli dopo l’esplosione di Santorini. Anche se non possiamo escludere che la memoria di tali catastrofi possa aver effettivamente fornito materiale per “costruire” una narrazione epica dell’Esodo, finalizzata a stabilizzare il monoteismo dei semiti (il racconto biblico ne sottintende una certa fragilità). Più di un ricercatore, comunque, ritiene Mosè essere contemporaneo di Akhenaton (qualcuno li identifica come lo stesso personaggio).

Ipotizziamo che l’esodo sia avvenuto ai tempi del faraone Akhenaton, e che il racconto delle piaghe bibliche si riferisca ad eventi più o meno di quel periodo.

Prima di continuare, rammento brevemente ai lettori la successione delle piaghe.

«Il Signore disse a Mosè: «Dì ad Aronne: prendi il bastone e stendi la tua mano sulle acque dell’Egitto, sui suoi fiumi, sui suoi canali, sui suoi stagni e su tutti i loro depositi d’acqua, e diventerà sangue; ci sarà sangue in tutto il paese d’Egitto, nei recipienti di legno e di pietra.»

Così ebbe inizio la prima piaga, la più sconvolgente, quando le acque del Nilo si tinsero improvvisamente di rosso, trasformandosi in una marea maleodorante che privò gli Egizi della loro fonte di vita. I pesci morirono, l’acqua divenne imbevibile, e il fiume stesso parve ferito. Non era un miracolo nel senso sovrannaturale del termine, ma l’effetto devastante di un fenomeno naturale: la presenza di ossidi di ferro che, precipitando nelle acque, le colorarono di rosso sangue. Queste sostanze tossiche alterarono l’equilibrio biologico del Nilo, uccisero i pesci e innescarono la catena di eventi che avrebbe dato vita ai successivi flagelli.

Aronne stese la mano sulle acque d’Egitto e le rane uscirono e coprirono il paese d’Egitto.

Fu la seconda piaga. Con la morte dei pesci, i predatori naturali dei girini erano scomparsi, permettendo a milioni di uova di completare il loro ciclo. Le rane, incapaci di sopravvivere nelle acque contaminate, invasero la terraferma, coprendo le campagne e le case, per poi morire in massa, vittime della disidratazione e della fame.

Aronne colpì la polvere della terra e infierirono le zanzare sugli uomini e sulle bestie; tutta la polvere del paese si era mutata in zanzare in tutto l’Egitto.

Così fece il Signore: sciami imponenti di tafani entrarono nella casa del faraone, nella casa dei suoi ministri e in tutta la terra d’Egitto.

Ecco la terza e la quarta piaga, generate dalla decomposizione di pesci e rane, e dalla scomparsa dei loro predatori naturali. Le zanzare e i tafani si moltiplicarono in modo incontrollato, diffondendo infezioni e rendendo invivibile ogni luogo. Ma la causa iniziale restava sempre la stessa: gli ossidi di ferro che avevano colorato il Nilo e sconvolto l’ecosistema. Da dove provenivano quelle sostanze? Quale forza aveva avviato tutto?

[…] Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Procuratevi una manciata di fuliggine di fornace: Mosè la getterà in aria sotto gli occhi del faraone. Essa diventerà un pulviscolo diffuso su tutto il paese d’Egitto e produrrà, sugli uomini e sulle bestie, un’ulcera con pustole, in tutto il paese d’Egitto.» Presero dunque fuliggine di fornace, si posero alla presenza del faraone, Mosè la gettò in aria ed essa produsse ulcere pustolose, con eruzioni su uomini e bestie.

La quinta e la sesta piaga portarono la morte del bestiame e la comparsa di terribili ulcere. L’aumento esponenziale di insetti e mosche portò alla diffusione di malattie infettive come la malaria e altre febbri mortali. Gli animali morirono a migliaia, i loro corpi si accumularono lungo le strade e nei villaggi, amplificando il contagio e l’orrore.

Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano verso il cielo: vi sia grandine in tutto il paese d’Egitto, sugli uomini, sulle bestie e su tutte le erbe dei campi nel paese di Egitto!» Mosè stese il bastone verso il cielo e il Signore mandò tuoni e grandine; un fuoco guizzò sul paese e il Signore fece piovere grandine su tutto il paese d’Egitto.

Così la settima piaga si abbatté sull’Egitto con una violenza inaudita. Fulmini, tuoni e grandine si mescolarono in un turbine di fuoco e ghiaccio.

E le locuste salirono sopra tutto il paese d’Egitto e si posarono per tutte le contrade.

Dopo la grandine arrivarono le locuste, attratte dalle poche messi sopravvissute. La devastazione dei raccolti portò alla fame, mentre la carenza di cibo e la disperazione favorirono il collasso dell’intero sistema sociale.

Poi giunse la nona piaga, quella delle tenebre.

Poi il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano verso il cielo: verranno tenebre sul paese di Egitto, tali che si potranno palpare!» Mosè stese la mano verso il cielo: vennero dense tenebre su tutto il paese d’Egitto, per tre giorni. Non si vedevano più l’un l’altro e per tre giorni nessuno si poté muovere dal suo posto.

Le tenebre non erano altro che la conseguenza della ricaduta di una nube di cenere o di polveri cosmiche che oscurarono il Sole per giorni.

Tutto potrebbe essere stato scatenato da un fenomeno chiamato airburst, un’esplosione in atmosfera di frammenti cometari simile a quella di Tunguska nel 1908 o di Chelyabinsk nel 2013, ma su scala più vasta e prolungata, plausibilmente una serie di eventi di quello stesso tipo. Quando un corpo celeste – o uno sciame di frammenti cometari – esplode in cielo, l’energia liberata vaporizza i metalli in esso contenuti, tra cui il ferro, producendo ossidi che si disperdono nell’aria e possono contaminare fiumi e terreni, analogo effetto si avrebbe anche dal sollevamento di polveri argillose e ferrose dalla sabbia del deserto (per effetto dell’onda d’urto) o da una ricaduta del pulviscolo della coda della cometa. In tal modo, frammenti ferrosi e polveri rosse avrebbero potuto tingere il Nilo, generando la prima piaga e innescando tutte le successive. Esistono fiumi, come ad esempio il Rio Tinto in Spagna, con acque rossastre per la presenza di ossidi di ferro, a dimostrazione che un tale fenomeno è verosimile.

L’ossido di ferro e l’acidità derivata dai gas cometari (come l’acido nitrico prodotto dal calore dell’esplosione nell’aria) possono aver abbassato il ph dell’acqua, uccidendo i pesci e costringendo le rane alla fuga.

A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese di Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero nel carcere sotterraneo, e tutti i primogeniti del bestiame.

La decima piaga, la più terribile, quella che decimò la popolazione e aprì le porte all’Esodo.

Secondo le teorie di Fred Hoyle e Chandra Wickremesinghe, i meteoriti non portano solo polveri e minerali, ma anche microrganismi e virus provenienti dallo spazio, capaci di sopravvivere al viaggio interplanetario.

Non è considerato molto plausibile, sul piano biologico ed esobiologico, che frammenti cometari abbiano liberato nell’atmosfera agenti patogeni in grado di creare problemi nel nostro ecosistema, ma non è impossibile che abbiano agito da catalizzatori per agevolare o mutare patogeni terrestri, innescando l’avvelenamento dell’acqua, dei campi e quindi degli animali.

Per quanto riguarda la morte dei primogeniti, probabilmente – in condizioni di estrema crisi e carestia – in una cultura dinastica, erano la speranza per il futuro e quindi coloro che mangiavano per primi e di più. Un privilegio che finì per essere una condanna a morte.

Ma cosa accadde davvero in Egitto in quegli anni?

Le prove storiche sono scarse, poiché la maggior parte dei papiri non sopravvisse e gli scribi incidevano sulla pietra solo le vittorie e i riti sacri, non le disgrazie. Tuttavia, se ipotizziamo che il misterioso Papiro Tulli, la cui autenticità e fortemente dibattuta, sia la copia o sia ispirato ad un testo autentico precedente, allora la sua narrazione di un evento straordinario avvenuto nel regno di Thutmose III, sarebbe compatibile con un primo passaggio visibile di uno sciame cometario la cui orbita ciclica incrocia quella terrestre.
Si legge di “cerchi di fuoco” che apparvero nel cielo per diversi giorni, muovendosi in modo irregolare, emanando un odore acre, e infine dividendosi in dischi più piccoli fino a diventare numerosi nel cielo.
I dischi crebbero di dimensioni […] brillavano nel cielo più della luminosità del sole […] pesci e uccelli piovvero dal cielo.” Gli scribi, terrorizzati, si prostrarono al suolo, e il faraone ordinò sacrifici per placare gli dèi.
Questa descrizione combacia in modo suggestivo con quella di una pioggia di meteoriti o di frammenti cometari che esplodono in atmosfera, producendo bagliori, onde d’urto, caduta di detriti e fenomeni atmosferici estremi che possono originare eventi fortiani.

Nello stesso periodo, come riportato da Carl Sagan nel suo libro Comet, le cronache cinesi registrarono il passaggio di una cometa visibile nel cielo, durante la dinastia Shang, considerata un presagio di catastrofi e cambiamenti dinastici.

Nel periodo di Amenofi III e Akhenaton (grossomodo tra il 1390 e il 1335 a.C.) la Terra ha attraversato secondo molti astrofisici (come Victor Clube e Bill Napier) una porzione particolarmente densa di detriti della Cometa Encke, venendo investita annualmente da piogge di meteoriti e bolidi (e possibili eventi Tunguska) com una frequenza molto più alta di quella attuale. Le cronache cinesi dell’epoca Shang parlano di una fase di cielo molto instabile, con periodi di siccità estrema e calore insopportabile (il mito dei “dieci soli” che bruciano la terra). Gli astronomi Kevin Pang e David Porter hanno trovato riferimenti a “due soli” che appaiono nel cielo o a un “sole che sorge di notte”, descrizioni interpretate come possibili comete estremamente brillanti o frammenti cometari che esplodono in atmosfera (airburst), producendo un bagliore talmente intenso da sembrare un secondo sole. Infine abbiamo le registrazioni di stelle che cadono come pioggia durante regno di Wu Ding.

In quei secoli, dunque, i cinesi registravano cieli turbolenti e calore anomalo. In Egitto, il padre di Akhenaton, faraone Amenofi III, vedendo tale instabilità cosmica (terrorizzante per la cultura egiziana), cercava di correre ai ripari placando la dea Sekhmet, la distruttrice. Le fece erigere almeno 730 statue principalmente nel Tempio di Mut a Karnak e nel tempio funerario di Amenofi III a Kom el-Hettan, sulla riva occidentale del Nilo.

Non era un’operazione decorativa o semplicemente devozionale, erano un rituale per calmare la furia della dea, che era temuta dagli altri dei proprio perché, una volta scatenata, in grado di distruggere il mondo.

Durante il regno di Amenofi III si registrarono crisi ambientali e sanitarie: variazioni del Nilo, carestie ed epidemie. Alcuni testi parlano di un “calore che ardeva nel paese”, facendo eco ai cronisti cinesi. Ecco che il faraone cercava di rabbonire la dea con la pietrificazione, rituali, feste e soprattutto offerte di birra rossa, un richiamo diretto al mito in cui Ra, per fermare la sete di sangue di della dea, le fece bere birra tinta di ocra rossa, che la dea credette sangue umano. Forse Amenofi III aveva visto le acque del Nilo farsi rosse, leggendovi proprio il risveglio della dea, che era indispensabile placare al più presto.

Anche gli studiosi della narrativa ufficiale, tra cui Betsy Bryan, Alessia Amenta, Tara Draper-Stumm e altri, ammettono che questo straordinario impegno cultuale, oltre alla valenza politica e simbolica, avesse una funzione apotropaica, di difesa da malattie e calamità.

Possiamo supporre che i tentativi di Amenofi III non abbiano avuto successo, soprattutto alla luce di un dettaglio suggestivo: il suo primogenito ed erede designato Thutmose scompare improvvisamente dalle cronache. Se i rituali messi in campo dal faraone non erano riusciti neanche a salvare il figlio, l’Egitto era davanti ad una catastrofe teologica. Ha una sua logica, in questa ipotesi, che il figlio minore Akhenaton, una volta salito al trono, decise di ricorrere a metodi più estremi.
Concentrò ogni culto sul disco solare Aton, magari nella speranza di “aiutarlo” a splendere di nuovo nel cielo?
Circa la rivoluzione monoteista di questo faraone c’è da precisare che non fu affatto un’invenzione ex novo di un dio unico prima inesistente. Infatti – secondo vari egittologi tra cui Christian Jacq e Erik Hornung – gli egizi hanno sempre creduto in un dio unico, Neter, inconoscibile e invisibile, di cui i Neteru (le varie divinità) erano funzioni e manifestazioni. Akhenaton fece un’operazione di pulizia:  rimosse i Neteru per lasciare solo il Neter, che identificò con l’energia del Sole. Mosè, quale principe egizio (o Akhenaton stesso) portava con sé questa sapienza iniziatica, a cui ha dato nome di Yahweh (che tecnicamente non è un nome, ma un’affermazione “io sono colui che è”).

Akhenaton

Graham Phillips, nel suo libro I misteri delle civiltà perdute, scrive che Akhenaton, nei suoi proclami, menzionò “qualcosa di più terrificante di ciò che avevano udito i suoi predecessori”. Quel “terrificante” potrebbe riferirsi proprio a ciò che il cielo aveva mostrato: bolidi infuocati che portavano morte e distruzione.

Le Dieci Piaghe d’Egitto, quindi, potrebbero effettivamente essere la memoria mitica di una catastrofe reale, una pioggia di fuoco proveniente dallo spazio che alterò il clima, devastò il suolo, diffondendo epidemie.

Esistono prove materiali di eventi cosmici avvenuti in ere diverse nella regione nordafricana, testimonianze tangibili di catastrofi celesti che hanno lasciato il segno nella sabbia e nella memoria dei popoli, segni che probabilmente i sapienti egizi sapevano interpretare.

Uno di questi è cosiddetto vetro del deserto libico, una sostanza giallo-verde brillante che si trova in grande quantità nell’area del deserto occidentale egiziano, al confine con la Libia, e che – da sempre – suscita stupore e interrogativi. Questi frammenti di silice fusa, spesso di forma irregolare, risalgono a circa 29 milioni di anni fa, ma la loro genesi è tutt’altro che chiarita: la loro purezza estrema, la composizione chimica e l’assenza di un cratere evidente hanno spinto molti studiosi a ipotizzare che siano il risultato di un’esplosione aerea di tipo airburst.

I sapienti egizi sapevano che questo materiale, presente anche nel deserto del Sahara, aveva origine nel cielo. Non è un caso che su questo “vetro” sia scolpito lo scarabeo di un pettorale ritrovato nella tomba di Tutankhamon.

Tutankhamon (alla nascita Tutankaton) era il figlio di Akhenaton, probabilmente testimone delle piaghe e forse parte delle sue afflizioni fisiche sono da scrivere proprio al periodo di estrema difficoltà ambientale vissuto nell’infanzia. Nel suo corredo funebre c’è anche un particolarissimo pugnale, forgiato con ferro di origine meteoritica, come dimostrato dalle analisi spettroscopiche condotte nel 2016 dal Politecnico di Milano e dall’Università di Pisa.

Il contenuto di nichel e cobalto nel metallo, identico a quello dei meteoriti ferrosi di tipo octaedrite, rivela che gli antichi Egizi conoscevano e utilizzavano materiali provenienti dallo spazio molto prima che l’età del ferro iniziasse ufficialmente. Ciò suggerisce non solo una conoscenza empirica dei fenomeni cosmici, ma anche una venerazione per le sostanze che provenivano dal cielo, considerate manifestazioni tangibili del potere divino.

Tutto ciò si intreccia perfettamente con la visione atoniana del mondo, introdotta da Akhenaton e condivisa da Mosè, secondo la quale il Sole, la luce e il cielo erano la fonte dell’energia vitale e della coscienza universale.

Se un evento cosmico, come un airburst o una pioggia meteoritica, colpì davvero l’Egitto nel periodo in cui visse Mosè, potrebbe aver lasciato un’impronta indelebile nella memoria collettiva, interpretata poi come punizione divina o manifestazione della volontà di Aton. Le tenebre improvvise, il fuoco che cade dal cielo, l’acqua che si tinge di rosso, la morìa degli animali e le malattie: tutti questi segni coincidono con gli effetti noti di una catastrofe atmosferica di origine cosmica. L’aria satura di polveri e fumi avrebbe oscurato il Sole per giorni, le ceneri e i gas tossici, unitamente a patonegeni catalizzati dalle condizioni anomale, avrebbero contaminato le acque e l’ambiente, i frammenti incandescenti avrebbero incendiato la terra, e le alterazioni climatiche conseguenti avrebbero scatenato epidemie e carestie.

L’Antico Egitto visse una vera e propria apocalisse, un evento che gli scribi descrissero con il linguaggio del sacro, trasmettendolo nei secoli come prova del potere di Dio e come monito per l’umanità.

In questa prospettiva, le piaghe non sarebbero semplici allegorie religiose né fenomeni riducibili a coincidenze naturali, ma il ricordo di una catastrofe cosmica reale, un momento in cui il cielo e la terra si toccarono, mutando per sempre il destino dell’Egitto e dando origine a uno dei racconti più potenti della storia umana.

 

Davide Baroni

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