C’era una volta una ricerca scientifica che in pochi mesi ha fatto il giro del mondo virtuale per le sue implicazioni dirompenti e scomode. La notizia della scoperta continua a circolare ma è diventato un fenomeno paranormale.
Il titolo dello studio è Detection of Pfizer BioNTech Messenger RNA COVID-19 Vaccine in Human Blood, Placenta and Semen (Rilevazione del vaccino Covid-19 Pfizer, etc, nel sangue umano, nella placenta e nel liquido seminale), firmato da Gabriele Segalla insieme a un team di ricercatori dell’Università Bar-Ilan e di diversi centri medici israeliani, ed è stato pubblicato nell’ottobre del 2025.
Questo lavoro era dirompente e molto scomodo, perché parlava della distribuzione dell’mRNA vaccinale nel corpo umano dopo la somministrazione del farmaco BNT162b2 (il vaccino Covid della Pfizer) avendone rilevato in luoghi non contemplati dalla narrativa ufficiale e soprattutto anche in persone non vaccinate.
Attraverso l’uso di una tecnica di analisi estremamente sensibile denominata nested PCR, gli scienziati hanno identificato la presenza di sequenze specifiche di mRNA della Pfizer nel sangue periferico, nel tessuto placentare e nel liquido seminale di una parte rilevante dei partecipanti.
Nell’88% delle donne in gravidanza vaccinate, l’mRNA era rilevabile sia nel sangue che nella placenta entro i primi 100 giorni dall’iniezione.
Nel 50% dei casi era rilevabile oltre i 200 giorni.
Il 100% del liquido seminale esaminato ha rilevato mRNA vaccinale.
Quanto sopra a dimostrazione che le nanoparticelle lipidiche sono in grado di attraversare le barriere biologiche più protette dell’organismo e di depositarsi stabilmente in siti distanti dal punto di iniezione.
L’aspetto forse più scioccante e “scomodo” dell’intera ricerca è quanto emerso dal gruppo di controllo, cioè dai soggetti mai vaccinati.
Il 50% delle donne non vaccinate sottoposte all’analisi, avevano sequenze di mRNA di Pfizer sia nel sangue che nel tessuto placentare.
Questo dato ha sollevato immediatamente l’ipotesi del trasferimento di materiale genetico tra individui (shedding), probabilmente attraverso lo scambio di fluidi biologici, con particolare riferimento al liquido seminale. Il risultato è molto “scomodo” perché “contagiosità” del vaccino è categoricamente esclusa dalla narrativa ufficiale.
Forse proprio questa “scomodità” è alla radice della trasformazione della ricerca in questione in un fantasma digitale della letteratura scientifica. La notizia circola ovunque e in ogni lingua ma, se si vuole leggere la ricerca scientifica, bisogna chiamare i ghostbusters, perché è introvabile.
Se si clicca sul link si ottiene l’errore 404. Se si cerca il codice identificativo digitale DOI 10.29011/2574-7754.102428 si ottengono fantasmi di citazioni in altre ricerche ma non si trova la ricerca. Nulla si trova anche se si cerca sulla rivista Journal of Vaccines, Immunology and Immunopathology, testata del gruppo Gavin Publishers che opera in regime di revisione paritaria dove l’articolo fu pubblicato. Si tratta di una situazione anomala, un iter non previsto neanche in caso di ricerche ritirate o ritrattate.
L’assegnazione di un identificativo permanente (DOI), per standard internazionali dovrebbe garantire proprio la reperibilità eterna del documento e della sua cronologia. In questo caso la ricerca è semplicemente sparita restando come fantasma (di citazioni e metadati) nei motori di ricerca e nei database accademici mondiali. Briciole digitali che testimoniano che il lavoro di Segalla e del team israeliano ha avuto una vita editoriale ufficiale e certificata, prima che un intervento drastico decidesse di oscurarlo.
Nella sua breve esistenza, è stata salvata e studiata da molti, che poi hanno sollevato obiezioni riguardo al rigore metodologico adottato dal team di ricerca.
La critica principale si è concentrata sull’utilizzo della nested PCR, una tecnica di amplificazione del materiale genetico nota per la sua estrema sensibilità. Se da un lato questa metodologia permette di scovare tracce infinitesimali di mRNA che sfuggirebbero ai test convenzionali, dall’altro aumenta esponenzialmente il rischio di falsi positivi dovuti a contaminazioni ambientali o crociate all’interno del laboratorio. Molti esperti hanno osservato che l’identificazione di frammenti genetici non equivale necessariamente alla presenza di nanoparticelle funzionali o in grado di innescare processi biologici rilevanti. Un ulteriore punto di forte contestazione ha riguardato l’esiguità del campione analizzato, composto da soli trentaquattro partecipanti. In ambito statistico e medico, una base numerica così ridotta viene spesso considerata insufficiente per formulare leggi generali o per confermare fenomeni complessi come lo shedding verso i non vaccinati, che richiederebbero coorti molto più ampie per escludere anomalie casuali o errori sistematici nella selezione dei soggetti.
Queste riserve metodologiche hanno fornito la base scientifica per metterne in dubbio i risultati, sebbene i sostenitori della ricerca abbiano ribattuto che, in assenza di altri studi indipendenti sulla biodistribuzione a lungo termine nell’uomo, anche un campione limitato rappresenti un segnale d’allarme che non dovrebbe essere ignorato.
Soprattutto in considerazione che i protocolli dei trial di Pfizer contenevano già al loro interno clausole di sicurezza che sembravano presagire esattamente questi scenari. Nel documento ufficiale del protocollo di studio, identificato come PF-07302048, l’azienda farmaceutica aveva inserito sezioni specifiche dedicate alla cosiddetta esposizione ambientale. In tali paragrafi veniva stabilito l’obbligo di segnalare ogni caso in cui una donna incinta o in fase di allattamento entrasse in contatto con il prodotto non solo tramite iniezione diretta, ma anche per via aerea o attraverso il contatto cutaneo con un soggetto vaccinato. Ancora più esplicito era il riferimento ai rapporti sessuali, dove il protocollo prevedeva il monitoraggio dell’esposizione della partner nel caso in cui l’uomo avesse ricevuto il siero sperimentale.
Queste precauzioni, adottate durante le prime fasi della sperimentazione clinica, indicano che la possibilità di una diffusione del materiale vaccinale al di fuori del corpo del ricevente non era considerata un’ipotesi fantasiosa dai produttori stessi, bensì un rischio teorico concreto da tracciare con rigore.
A tali misure di sorveglianza sulla trasmissione interpersonale si aggiungevano procedure di gestione fisica del prodotto estremamente rigorose che equiparavano il contenuto delle fiale a un materiale biologico ad alto rischio. I protocolli operativi prevedevano che in caso di rottura accidentale di un flaconcino o di sversamento del liquido, l’area dovesse essere immediatamente isolata e trattata secondo le norme previste per gli agenti virali aerei o per i contaminanti a rischio biologico. Tale livello di allerta suggerisce che le nanoparticelle lipidiche, i vettori sintetici incaricati di trasportare l’mRNA, fossero considerate potenzialmente in grado di disperdersi nell’ambiente e di essere assorbite da terzi per inalazione o contatto nel caso in cui fossero uscite dal loro contenitore originale. Questa gestione della fiala come potenziale fonte di contaminazione ambientale rafforza l’idea che la stabilità e la capacità di penetrazione del composto fossero ben note ai ricercatori della casa farmaceutica fin dall’inizio.
Il fatto che la ricerca di Segalla e dei colleghi israeliani abbia poi effettivamente documentato la presenza di mRNA vaccinale nel liquido seminale e in soggetti non vaccinati crea un inquietante allineamento tra le preoccupazioni cautelative iniziali di Pfizer e le evidenze biologiche emerse successivamente. Questo collegamento suggerisce che la narrativa del farmaco che rimane confinato esclusivamente nel sito dell’iniezione fosse falsa, in contrasto con le procedure di biosicurezza molto più stringenti e guardinghe previste nei documenti riservati alla gestione dei trial clinici.
Se una piccola quantità di siero disperso nell’aria era motivo di tale allarme procedurale, i risultati dello studio di Segalla sulla presenza di quelle stesse sequenze genetiche nei fluidi e nei tessuti a distanza di mesi assumono una luce diversa, smettendo di apparire come anomalie isolate per diventare la possibile conferma di una biodistribuzione e di una resistenza della sostanza già ampiamente previste dai laboratori Pfizer.
Questo nuovo studio, intitolato Detection of spike protein in term placentas of COVID-19 vaccinated and/or SARS-CoV-2 infected women e pubblicato su PLOS One nel marzo 2026, non è un fantasma, e aggiunge un tassello fondamentale (anche se meno eclatante) nella stessa direzione. I ricercatori dell’Università di Würzburg hanno analizzato la presenza fisica della proteina Spike e dell’mRNA vaccinale all’interno dei tessuti placentari dopo il parto.
Su 106 placente esaminate, la proteina Spike era presente in 31 casi. La proteina è stata individuata prevalentemente nelle cellule di Hofbauer, che sono macrofagi di origine fetale situati all’interno della placenta. La presenza di componenti del vaccino in queste specifiche cellule conferma che le sostanze iniettate alla madre sono in grado di attraversare la barriera placentare e di essere assorbite dal sistema immunitario del feto.
Lo studio evidenzia inoltre come la proteina Spike sia stata rilevata molto più frequentemente nelle donne vaccinate rispetto a quelle che avevano contratto la malattia in modo naturale.
In particolare, gli autori sono riusciti a dimostrare, attraverso la tecnica della ibridazione in situ, la presenza di mRNA specifico dei vaccini Pfizer (BNT162b2) e Moderna (mRNA-1273) all’interno dei tessuti placentari. Questo ritrovamento conferma che le nanoparticelle lipidiche circolano nel sangue materno e raggiungono la placenta, dove l’mRNA può essere depositato e potenzialmente tradotto in proteina direttamente nei tessuti fetali.
Sebbene la trasmissione transplacentare sia ormai documentata, il significato clinico a lungo termine per la salute del neonato rimane ancora da comprendere appieno.
Ciò che i protocolli Pfizer ipotizzavano come rischio di esposizione ambientale e ciò che la ricerca di Segalla indicava come biodistribuzione sistemica trova qui una conferma documentata in un organo vitale come la placenta. La scoperta che le cellule immunitarie fetali conservino tracce della proteina Spike vaccinale sposta il dibattito dalla semplice teoria alla prova istologica della penetrazione del vaccino oltre le barriere protettive materne.


