Straordinarie anticipazioni di invenzioni e scoperte di questo secolo sono contenute in un racconto satirico scritto quasi 2.000 anni fa da un autore che parla di guerre stellari molto prima di qualsiasi opera di fantascienza.
Il poco noto scrittore greco di origine siriana Luciano, nato a Samosata intorno al 120 d.C., oratore apprezzato sia a Roma che ad Atene, nel suo libro “Storia Vera”, narra una vicenda molto particolare, da egli vissuta (allegoricamente, secondo le sue stesse dichiarazioni) quando, nel 160 d.C. circa, a bordo di una nave varcò le Colonne d’Ercole, il confine del mondo allora conosciuto, presumibilmente situate presso l’attuale stretto di Gibilterra.
Ai primi colpi di remo oltre le Colonne d’Ercole, narra Luciano, cala una fitta nebbia e…
“Messici alla balia del vento, fummo battuti da una tempesta per settantanove giorni: nell’ottantesimo, comparso a un tratto il sole, vedemmo non lontano un’isola alta e selvosa”.
Approdati in questa terra ignota, si ritrovano ai piedi di un manufatto in bronzo con incisi sbiaditi caratteri in lingua greca e, sulla roccia nelle vicinanze, vedono impresse delle gigantesche orme lasciate da Ercole e Bacco.
Ripreso il mare nell’Oceano Atlantico:
“un improvviso turbine roteò la nave e la sollevò quasi tremila stadi in alto, né più la depose sul mare: ma così sospesa in aria, un vento che gonfiava tutte le vele la portava. Sette giorni e altrettante notti corremmo per l’aria; nell’ottavo vedemmo una gran terra nell’aria, a forma di un’isola, lucente, sferica e di grande splendore”.
Non vi sembra un’ottima descrizione del pianeta Terra visto dalla Luna?
A questo punto approdano sulla terra ignota, iniziandone l’esplorazione, la trovano abitata e coltivata.
“Di giorno non vedemmo niente di là; ma di notte ci apparvero altre isole vicine, quali più grandi, quali più piccole, del colore del fuoco, e un’altra terra giù, che aveva città, e fiumi, e mari, e selve, e monti: e pensammo fosse questa che noi abitiamo.”
Qui l’impressione che osservassero la Terra dallo spazio è abbastanza netta.
Durante l’esplorazione vengono intercettati dagli Ippogrifi:
“Questi Ippogrifi sono uomini che vanno sopra grandi grifi, come su cavalli alati: i grifi sono grandi e la maggior parte a tre teste: e se volete sapere quanto son grandi immaginate che hanno le penne più lunghe e più massicce d’un albero d’un galeone. Questi Ippogrifi dunque hanno ordine di andare scorrazzando intorno alla terra, e se incontrano forestieri, di menarli dal re: onde ci prendono e ci menano da lui”.
Il re era un uomo di nome Endimione, che un tempo, mentre dormiva, fu rapito dalla nostra terra e divenne sovrano di quel paese. L’uomo li informò che si trovavano su
“quella terra che voi vedete di laggiù e chiamate la Luna”.
Sulla Luna Luciano assiste a una battaglia fra forze extraterresti, quindi a un successivo trattato di pace. Vede molti esseri assai strani, fra cui
“una specie di uomini detti Arborei, che nascono a questo modo. Tagliano il testicolo destro d’un uomo, e lo piantano in terra: ne nasce un albero grandissimo, carnoso, a forma d’un fallo, con rami e fronde, e per frutti ghiande della grossezza d’un cubito: quando queste sono mature le raccolgono, e ne cavano gli uomini. Hanno i genitali posticci; alcuni di avorio, i poveri di legno, e con questi si mescolano e si sollazzano coi loro garzoni. Quando l’uomo invecchia non muore, ma come fumo vanisce nell’aere.”
Questi Arborei si nutrono di ranocchi volanti e “per bere poi spremono l’aria in un calice, e ne fanno uscire certo liquore come rugiada”, un dettaglio interessante perché effettivamente comprimendo l’aria è possibile portarla a forma liquida, ma difficilmente questa informazione era nota ai tempi di Luciano.
Torniamo alle particolarità di questi Arborei:
“Non orinano, nè vanno di corpo, e non sono forati dove noi, ma nella piegatura del ginocchio sopra il polpaccio. È tenuto bello fra loro chi è calvo e senza chiome: i chiomati vi sono abborriti”
Le stranezze continuano:
“La pancia loro è come un carniere, vi ripongono ogni cosa, l’aprono e chiudono a piacere, e non vi si vede nè interiora nè fegato, ma una cavità pelosa e vellosa, per modo che i bimbi quando hanno freddo vi si appiattano dentro.”
Questa sembra la descrizione di un marsupiale, specie ignota a quei tempi.
E ancora:
“Hanno gli occhi levatoi, e chi vuole se li cava e se li serba quando non ha bisogno vedere: poi se li pone, e vede. Molti avendo perduti i loro se li fanno prestare per vedere: e i ricchi ne hanno le provviste.” Lenti a contatto? Protesi oculari?
Nel palazzo reale situato sulla Luna, “un grandissimo specchio sta sopra un pozzo non molto profondo; chi scende nel pozzo ode tutte le parole che si dicono da noi sulla terra; e chi riguarda nello specchio vede tutte le città e i popoli, come se li avesse innanzi: e io ci vidi tutti i miei, e il mio paese: se essi videro me non saprei accertarlo”. Qui sembra proprio che Luciano abbia visto sulla Luna un osservatorio con tanto di monitor.
Non meno significativo è il viaggio di ritorno: “Entrati nello Zodiaco, rasentammo il Sole a sinistra… sul far della sera giungemmo a Lucernopoli, città sita nell’aria tra le Pleiadi e le Iadi, ed è più basso dello Zodiaco… Dopo tre giorni vedemmo chiaramente l’Oceano, la nostra terra no, ma quelle che stanno nell’aria, le quali già ci apparivano color di fuoco e lucentissime. Il quarto giorno verso il mezzodì, cedendo a poco a poco e posando il vento, discendemmo sul mare”.
Il viaggio prosegue poi per oltre un anno all’interno di una balena talmente grande da contenere un’isola… e, come se non bastasse, una volta usciti dalla balena, i nostri marinai navigano anche in un mare interamente ghiacciato “non nella sola superficie, ma fino a trecento braccia di profondità”. Niente male come descrizione della zona polare.
In questo cosiddetto racconto allegorico – che narra anche uno spettacolare scontro aereo fra i Seleniani e gli abitanti del Sole, per il possesso di una colonia su Venere, condotto con una gran moltitudine di mezzi aerei – sono contenute una serie di anomale anticipazioni di scoperte scientifiche molto posteriori all’epoca della sua stesura:
lo scrittore rompe anzitutto il paradigma della Terra come centro dell’universo e la descrive come una sfera lucente, con una prospettiva visiva dallo spazio. L’idea che tra i corpi celesti ci sia una distanza percorribile in un lasso di tempo non è di quel periodo, ma un’intuizione successiva. Anche il vedere i corpi celesti come luoghi fisici e non divinità o luci è innovativa per l’epoca. Poi abbiamo monitor e sorveglianza satellitare sia audio che video, lenti a contatto, protesi oculari o strumenti ottici, la liquefazione dell’aria mediante compressione, le creature aeree descritte come gerarchicamente strutturate come un’aviazione militare, i marsupiali (che esistono solo in Australia, terra ignota all’epoca), la calotta glaciale, il tutto senza mettere in campo divinità e magia.
L’insieme compone una miscela tale da far sospettare che la storia narrata dal pungente siriano grecizzato non sia soltanto una pura invenzione letteraria, ma contenga probabilmente resoconti di “contatti” con civiltà avanzate, rivestiti di satira e fantasia oppure il resoconto di conoscenze antiche perdute su rotte atlantiche, terre australi e tecnologie. In ogni caso a Luciano va sicuramente attribuita almeno l’invenzione del genere letterario della fantascienza.
Chi vuole consultare in originale l’opera di Luciano di Samosata, può reperirla gratuitamente qui.





