Il giorno in cui il mare fuggì
All’alba del 21 luglio del 365, il Mediterraneo orientale fece qualcosa che nessuno seppe spiegare: fuggì.
Non fu il ritmo lento della marea, ma un ritiro repentino e violento, come se Poseidone stesse risucchiando l’intero oceano. Lo storico Ammiano Marcellino, testimone della precisione cronachistica dell’epoca, descrisse con sgomento come
«la stabilità dell’intera terra fu scossa da un tremito spaventoso» e, subito dopo,
«il mare fu scacciato e le sue onde si ritirarono, così che l’abisso del profondo fu messo a nudo e si videro molte specie di creature marine impigliate nel fango; le enormi valli e le montagne che la natura aveva posto sotto le vaste acque videro allora per la prima volta i raggi del sole.»
Per oltre quaranta minuti, il fondale rimase scoperto, offrendo agli occhi dei presenti uno spettacolo spettrale. Molte persone, vinte dalla curiosità o dalla speranza di un facile bottino, si spinsero a piedi nudi su quel nuovo terreno asciutto per raccogliere pesci che si dibattevano tra le alghe o saccheggiare i tesori svelati. Ma stavano per avere una pessima sorpresa.
Improvvisamente l’oceano tornò non come un’onda, ma come una forza primordiale che Ammiano definisce inarrestabile:
«le enormi masse d’acqua, tornando quando meno lo si aspettava, si abbatterono con violenza… travolgendo migliaia di persone».
Un muro d’acqua nero, rapidissimo e inarrestabile, alto forse trenta metri, che si abbatté sulle città costiere con una furia che nessuna fortificazione avrebbe potuto contenere. Oggi chiamiamo questo fenomeno tsunami, prendendo in prestito il termine dalla lingua Giapponese, ma all’epoca era qualcosa di definibile solo come la fine del mondo.
Ad Alessandria, la forza del flusso fu così brutale che, secondo Ammiano:
«alcune grandi navi, spinte dal vigore delle onde, finirono sui tetti delle case, altre furono scagliate fino a due miglia dalla costa».
La forza dell’acqua fu tale da strappare blocchi di pietra di oltre due tonnellate dalle mura cittadine, trascinandoli come fuscelli. San Girolamo, scrivendo nella sua Cronaca, confermò l’universalità del disastro annotando che:
«Un terremoto scosse l’intero mondo e il mare straripò oltre i suoi lidi, distruggendo città innumerevoli e popolazioni della Sicilia e di diverse isole».
Teofane confessore, attingendo da fonti coeve al disastro e ormai perdute conferma che ad Alessandria:
«Il mare si ritirò verso l’abisso e rimase lontano dalla terraferma, tanto che la gente camminava sul fondale […] Molti corsero verso il mare aperto, poiché le acque si erano ritirate a tal punto che i segreti del fondo erano esposti, e speravano di trovare tesori o oggetti dalle navi naufragate in tempi antichi. […] poi il mare tornò con tale impeto che i corpi delle persone annegate non poterono essere contati.»
Libanio, retore di Antiochia, nelle sue orazioni descrive il lutto delle città greche dove:
«Il mare si è sollevato contro la terra… le navi sono state trovate nei campi come se fossero state fatte di legno leggero, e molte città che prima erano fiorenti ora giacciono sommerse.»
Egli conferma inoltre la dimensione geografica estesa (Sicilia, isole greche, Siria) dell’evento, che fu vissuto come la “fine del mondo” in ogni angolo del Mediterraneo.
Le cronache di San Girolamo e Libanio attestano il senso di apocalisse imminente, descrivendo decine di migliaia di cadaveri che galleggiavano nelle acque torbide mentre intere città, come Apollonia in Libia, venivano letteralmente cancellate o sommerse per sempre.
Il vescovo Epifanio riferisce di come l’evento colpì l’isola di Cipro, descrivendo crolli di edifici e il terrore della popolazione. Le sue lettere confermano che il sisma fu avvertito chiaramente in tutto il Levante, rendendo il 365 d.C. un anno di lutto collettivo per l’intero impero.
Socrate Scolastico e Sozomeno, storici della Chiesa, collegano il disastro alla morte dell’imperatore Giuliano l’Apostata (avvenuta due anni prima) o alle lotte religiose del tempo. Raccontano che ad Alessandria il mare salì così tanto da coprire gran parte della città bassa e che, una volta ritiratosi, lasciò dietro di sé uno strato di fango e carogne di pesci che causò pestilenze. Si stima che solo in quella città morirono più di 50.000 persone.
Il mondo tardo-antico rimase segnato per secoli da questo trauma. Ad Alessandria, il 21 luglio rimase per generazioni il “Giorno dell’Orrore”, commemorato con digiuni e preghiere per placare quelle forze che avevano reso il mare «fuggiasco in preda al terrore», prima di trasformarlo in uno strumento di distruzione totale.
Quando gli autori parlano dei segreti del fondale marino, che si ritrovarono improvvisamente esposti, non si riferiscono solo ai relitti di navi affondate, coi loro preziosi carichi, o alla morfologia del fondale stesso, ma anche alle rovine di antiche città o quartieri (come sicuramente accadde ad Alessandria).
Per gli autori antichi, la vista delle rovine sommerse aveva un valore morale. Il mare che si ritira esponendo le carcasse delle navi e le strutture nascoste dalla millenaria oscurità dell’abisso era visto come il tempo che si squarcia.
Per i pagani, erano gli dei che “inorridivano” – violati dalla nuova religione – e mostravano la loro ira; per i cristiani, era l’immagine del Giorno del Giudizio, quando, come recita l’Apocalisse, «il mare restituirà i suoi morti» e ogni segreto sarà rivelato.
Le prove della “fine del mondo”
Per molto tempo questi resoconti sono stati considerati delle esagerazioni, se non completamente leggendari. E invece così non è.
Sono testimonianze reali degli effetti di un cataclisma geologico senza precedenti: il terremoto di Creta. Un sisma di magnitudo stimata tra 8.3 e 8.5, generato dallo scivolamento della placca africana sotto quella egea, che generò uno tsunami che scosse le fondamenta del mondo antico. La portata geografica fu spaventosa e le onde percorsero quasi mille chilometri.
L’intera isola di Creta subì un processo di basculamento, venendo scaraventata verso l’alto di quasi dieci metri nella sua parte occidentale. Ancora oggi, lungo le scogliere di Falassarna, è possibile osservare la “linea di costa fossile”, con antichi anelli d’attracco romani sospesi nel vuoto, a testimonianza di quel balzo geologico improvviso.
Le spedizioni guidate dall’archeologo Franck Goddio a partire dagli anni ’90 hanno mappato il porto orientale di Alessandria. Qui giaceva il palazzo di Cleopatra e l’isola di Antirhodos. Gli scavi hanno rivelato che queste strutture non sono semplicemente “scivolate” in mare per l’erosione, ma sono state abbattute da una forza massiccia e improvvisa. Sono state trovate colonne di granito rosso e statue colossali spezzate e giacenti tutte nella stessa direzione, coerente con la spinta di un’onda d’urto proveniente dal mare aperto. La presenza di manufatti quotidiani (monete, gioielli, vasellame) sparsi tra le macerie suggerisce che l’abbandono non fu pianificato, ma frutto di una fuga disperata. Poco lontano da Alessandria, le città portuali di Thonis-Heracleion e Canopo (che all’epoca erano i principali scali commerciali) sono state ritrovate a circa 6-7 chilometri dalla costa attuale, immerse in pochi metri d’acqua. L’archeologia ha dimostrato che il terremoto del 365 d.C. innescò un fenomeno chiamato liquefazione del suolo. Il terreno argilloso e instabile su cui sorgevano i templi pesanti, scosso dal sisma e poi colpito dallo tsunami, si trasformò improvvisamente in fango fluido. Gli edifici affondarono verticalmente quasi intatti: sono stati ritrovati templi con le statue ancora in piedi ma sepolte sotto strati di sedimento marino, esattamente come se la terra si fosse aperta per inghiottirli.
Gli archeologi hanno trovato nelle aree del porto antico di Alessandria numerosi relitti di navi tolemaiche e romane che presentano danni da “impatto violento”. Molte di queste imbarcazioni non sono affondate a causa di falle o tempeste, ma appaiono letteralmente schiacciate contro strutture portuali o sepolte sotto strati di macerie di edifici. Questo conferma il racconto di Ammiano sulle «grandi navi spinte sui tetti delle case»: l’onda non si limitò ad affondarle, ma le usò come proiettili contro la città.
Negli scavi terrestri ad Alessandria, in Libia e a Cipro, gli archeologi hanno identificato uno specifico “strato di tsunami”: un deposito sedimentario caotico che contiene un mix di sabbia marina, frammenti di conchiglie, manufatti romani distrutti e resti umani. La datazione di questi strati (tramite monete e ceramiche) coincide perfettamente con la seconda metà del IV secolo, fornendo la prova definitiva che il racconto dei cronisti non era un’allegoria religiosa, ma il reportage di una catastrofe globale.
L’arcipelago maltese agì come frangiflutti naturale per il Mediterraneo centrale, assorbendo n’energia cinetica enorme che altrimenti avrebbe devastato ancora più violentemente le coste tunisine e siciliane. Sulle coste settentrionali e orientali di Malta e Gozo, in particolare nelle aree di Mistra Rocks e Żonqor, i geologi hanno individuato enormi blocchi di calcare, pesanti diverse tonnellate, che sono stati strappati dal fondale marino o dal bordo della scogliera e scagliati nell’entroterra. Questi “massi da tsunami” presentano incrostazioni marine e segni di erosione che ne indicano la provenienza sottomarina. La datazione dei sedimenti e dei radiocarboni associati a questi spostamenti massicci punta proprio al periodo del IV-V secolo d.C. All’epoca, l’insediamento principale era Melite (l’odierna Mdina/Rabat), situata in alto al centro dell’isola, ma i suoi porti vitali si trovavano nell’area del Grand Harbour e di Marsaxlokk. Gli studi di geoarcheologia suggeriscono che lo tsunami del 365 d.C. abbia causato una vera e propria “pulizia” dei sedimenti portuali. L’onda di ritorno, ritirandosi, avrebbe trascinato via verso il largo gran parte delle strutture leggere e dei moli di legno, spiegando perché per gli archeologi sia così difficile trovare resti portuali romani intatti in quelle baie.
Forse la conferma più impressionante viene dalla geologia marina attorno a Creta. I ricercatori (tra cui spicca lo studio di Beth Shaw del 2008) hanno individuato una massiccia scarpata sottomarina lunga centinaia di chilometri. L’analisi dei coralli fossili e dei sedimenti ha dimostrato che questa faglia si è sollevata di colpo di circa 9-10 metri proprio nel IV secolo d.C. Questo sollevamento non solo ha creato lo tsunami, ma ha letteralmente “buttato fuori” dall’acqua la costa occidentale di Creta.
Lo tsunami del 365 d.C. ebbe origine a sud-ovest di Creta. L’energia principale si propagò verso l’Africa (Alessandria e Libia) e verso lo Ionio (Sicilia e Calabria). Le coste tirreniche (Campania, Lazio, Toscana) rimasero in quella che i geologi chiamano “zona d’ombra”. Tuttavia, i modelli matematici recenti mostrano che l’onda, superando lo Stretto di Messina e aggirando la Sicilia, generò delle oscillazioni del livello del mare (seiche) che risalirono lungo la costa tirrenica.


